Pellegrinaggio in Russia 2018

Diario di viaggio e fotografie
a cura di Alberto Cervi

SAN PIETROBURGO E MOSCA Pellegrinaggio della Parrocchia di San Pellegrino V.e M.
30 agosto – 6 settembre 2018

Giovedì 30 agosto
È notte ancora quando alle tre e mezzo dalla Piazza San Francesco si parte in pullman, una breve sosta a Zogno e una a Bergamo per raccogliere tutti e la nostra guida Michela, in tutto 50 pellegrini. Il Parroco don Gianluca saluta e formula l’augurio per il cammino che faremo insieme introducendo la preghiera ed il canto ad apertura del giorno. Michela dà i primi avvisi e i suggerimenti, con l’invito alla pazienza necessaria, visti gli usi e i costumi diversi che troveremo nella terra che andiamo a visitare. Alle cinque e mezzo siamo a Malpensa e alle 7 imbarcati su un aereo della Swiss in meno di un’ora superate le Alpi atterriamo a Zurigo. Sempre con la stessa compagnia, ma con un aereo più grande, alle 9,30 decolliamo per la nostra prima destinazione: San Pietroburgo. Al decollo il sole è limpido, ma dopo un’ora di volo sotto di noi si forma una distesa di nuvole bianchissime, che solo a tratti ci lasciano vedere la terra e il mare. Verso l’una (abbiamo portato avanti l’orologio di un’ora) atterriamo e ci accoglie un sole velato, ma la temperatura è gradevole.
Ci eravamo preparati ad una lunga attesa al controllo passaporti, che invece si svolge rapido e senza intoppi; in compenso attendiamo l’arrivo di un pullman in sostituzione di quello destinatoci che pare abbia avuto qualche problema.
San Pietroburgo
Alle 15 incontriamo la nostra guida locale, Natalia; lasciamo l’aeroporto e percorrendo la periferia della città vediamo la più recente edilizia accanto ai palazzoni del periodo sovietico, soprattutto quelli della pubblica amministrazione, ben conservati, ancora con tanti simboli del regime passato. Scorgiamo il Monumento agli eroici difensori di Leningrado”, la grande statua di Lenin che arringa la folla e quindi entriamo in città per la “L’Arco di trionfo di Mosca”, che con le sue alte colonne ricorda la Porta di Brandeburgo, nei pressi della quale c’è il nostro Hotel Holiday Inn.
Non ci fermiamo, ma ammirando teorie di palazzi sette e ottocenteschi e ponti che superano fiumi e canali ci fermiamo nella piazza Sant’Isacco, dove c’è l’omonima Cattedrale neoclassica, ora adibita a museo, dai grandi colonnati rossi e l’alta cupola dorata.
Proprio lo stilema neoclassico della facciata con timpano e colonne (come da noi i Propilei di Porta Nuova a Bergamo) qui risulta diffusissimo, in fogge, colori e dimensioni davvero interminabili, per noi che per la prima ci spostiamo qua e là con il pullman.
Cominciamo a scattare le prime foto ai piedi del monumento equestre allo zar Nicola I, monumento imponente e, a detta della nostra giovane guida, meraviglia di statica, visto che l’intero gruppo in bronzo poggia solamente sugli arti posteriori del cavallo. Natalia parla un ottimo italiano, quasi senza cadenza, e sciorina notizie, nomi e date come un libro.
Fiancheggiando poi, nel lento traffico del fine giornata, la Piazza del Palazzo, superiamo il ponte dell’ampia e placida Neva e ci fermiamo sull’isola (la città è costruita su una quarantina di isole) che la divide nei due bracci che poco dopo vanno a terminare nel Golfo di Finlandia. Una vasta area pedonale ci consente di camminare fino quasi al livello dell’acqua, dove la Neva ha una larghezza di 700 metri e il grande fiume sembra un lago. A destra il bel ponte dalle cinque arcate in ferro, su piloni di pietra, più alto verso il centro, dove di notte si alzano i due ponti levatoi (si alza tutto, strada asfaltata, binari del tram, rete elettrica del filobus, lampioni) così da consentire il transito alle navi di maggiore altezza.
Da lì lo sguardo prosegue lungo la teoria dei grandi palazzi, principalmente il Palazzo d’Inverno, ora sede del museo dell’Ermitage, con il suo caratteristico colore bianco e turchese. Sull’altra riva, a sinistra, la Fortezza di San Pietro e Paolo con le mura sagomate secondo lo schema che un tempo dettava l’ingegneria militare e che un po’ ricordano le nostre di Città Alta. Qui però la fortezza non si arrampica suoi colli ma è un’isola circondata dall’acqua del fiume.

San Pietroburgo, un po’ di storia
Così la volle Pietro il Grande quando, da questo primo nucleo, nel 1703 fondò la città. Cercava per la Russia uno sbocco sul mare e introdusse nel suo regno la scienza, la tecnica e la cultura dell’Occidente. Una città non sorta da un lungo processo storico, ma costruita secondo un progetto, quasi come si edifica un palazzo, dove però la grande ricchezza di acqua rendeva la regione anche paludosa e infetta (il musicista Ciaikovskij vi morì di colera) e soggetta ad alluvioni e maree, fino al moderno governo delle acque tramite imponenti dighe e chiuse.
Due illustri architetti italiani hanno lasciato l’impronta singolare di questa città, Bartolomeo Rastrelli (1700 -1771), creatore dello stile barocco-russo e che nelle grandi dimore degli zar raggiunge dimensioni e fogge stupefacenti, insieme ai giardini, come se non si potesse parlare di vera architettura senza un’intelligente integrazione con l’acqua e il mondo delle piante.
Cinquant’anni dopo è la volta del bergamasco Giacomo Quarenghi (1744 -1817) interprete dell’architettura neoclassica meditata su quella del rinascimento italiano di Andrea Palladio. Lo si vede ogni volta che appare, vero o solo accennato, un colonnato sormontato dal timpano triangolare. Ciò che colpisce è l’eleganza grandiosa, ma anche gioiosa e serena, dello scorrere dei palazzi, delle piazze e dei giardini, quando si percorrono le ampie vie diritte o si costeggiano le rive dei fiumi e dei canali, per non parlare dei ponti, tantissimi e davvero belli. In Quarenghi la razionale regolarità delle forme, che è propria dello stile neoclassico, riesce ad andare di pari passo secondo un’idea di armonia generale.
San Pietroburgo si chiamò così fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando il nome troppo tedesco, venne russificato in Pietrogrado. La rivoluzione sovietica in onore a Lenin lo mutò in Leningrado. Con il crollo del comunismo si tornò all’originario “Sanct Peterburg”, che per gli abitanti, nella lingua parlata, è semplicemente “Piter”.

Riprendiamo la cronaca del viaggio. Dopo la bella sosta sulla Neva, il cielo si fa scuro e scoppia un acquazzone. Tuttavia siamo in pullman, il tempo di liberarsi dal traffico e di giungere al nostro hotel e la pioggia termina.
Segue la sistemazione in hotel e la cena. Il tempo trascorre veloce nelle operazioni di cambio, per dotarsi di un po’ di rubli, nelle comunicazioni ai famigliari in Italia, dato che l’hotel fornisce l’accesso ad internet. Don Gianluca ci ragguaglia sul programma del viaggio: le sante Messe saranno solo due, pertanto ogni mattino si reciteranno le Lodi in hotel. Propone poi di aggiungere al programma, con adesione libera, la navigazione sulla Neva.
La levata mattutina si fa ormai sentire e consiglia il riposo, e così si chiude la prima giornata.

Venerdì 31 agosto. La Fortezza e l’Ermitage
Il gruppo inizia la sua vita insieme con la recita delle Lodi, così sarà per tutti i giorni seguenti, dopo il rapido apprendistato per scaricare l’applicazione sugli smartphone.
Con il pullman si percorrono alcune vie della città mentre Natalia sciorina nomi, date, ed eventi, finché scendiamo e visitiamo la Fortezza sull’isola di san Pietro. Entriamo nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, che conserva le tombe degli zar. Solo nel 1998 ha accolto le salme degli ultimi Romanov, l’intera famiglia di Nicola II eliminata, nel modo spietato come accenna la guida, con la rivoluzione nel 1918.

La chiesa non è grande, ma la facciata sale per quattro ordini in muratura, su cui poggia un cella campanaria cilindrica, dalla quale svetta una guglia d’oro altissima, che si vede da tutta la città, sulla quale, sempre d’oro, sta la grande croce retta da un angelo benedicente, tanto amato dalla popolazione che neppure Stalin riuscì a sostituire con la propria effige (si racconta che abbia desistito dal proposito allorquando gli fecero notare che i pietroburghesi lo avrebbero visto riflesso sullo specchio della Neva a testa in giù).
Entrando in questa cattedrale degli zar colpisce subito la barocca e doratissima iconostasi, satura di nicchie, colonne e fregi che sovrastano le icone stesse. L’iconòstasi (o iconostàsi) è la parete composta di icone che separa la navata della chiesa, dove stanno i fedeli, dal presbiterio riservato ai celebranti, quasi a proteggere lo spazio del sacro che a sua volta si mostra ai fedeli tramite le icone.
È tipica della Chiesa Ortodossa, ma la si trova anche nella Chiesa Cattolica di rito orientale. La caduta del regime sovietico nel 1991 ha permesso il ritorno della libertà della religiosa e il recupero o la ricostruzione degli edifici sacri, anche a spese dello stato. Il restauro attuato dagli artisti e dagli artigiani russi, per quanto riguarda chiese, palazzi, arredi e decorazioni è stato molto “ricostruttivo”, per cui tutto appare nuovo, con le preziose dorature integre e luminose, come appena portate a termine.
Da una porta della fortezza scendiamo sulla riva della Neva, che ora scorre placida solcata dai battelli turistici, e che fra due mesi diventerà una bianca spianata di ghiaccio su cui la gente ama passeggiare (la guida ci dice che le autorità per scoraggiare quest’abitudine che può diventare pericolosa la fa attraversare ogni giorno da un rompighiaccio).
Ripreso l’autobus percorriamo il lungo ponte della SS. Trinità, con i monumentali lampioni a tre luci e gli eleganti parapetti in ferro lavorato. Percorriamo un tratto della Prospettiva Nevsky e attraversato il fiume Fontanka andiamo a pranzare in un ristorante armeno, dove cominciamo a prendere familiarità con l’immancabile zuppa.
Dopo pranzo facciamo sosta, con fotografie di gruppo, dinanzi alla Chiesa del Salvatore “sul sangue versato” (è il luogo dove perse la vita lo zar Alessandro II nel 1881), costruita nello stile russo ad imitazione di San Basilio a Mosca, con la dominante color cotto, i fregi e i mosaici, le torri terminate da cupolette a cipolla, quali colorate e quali d’oro, ciascuna con la sua croce ortodossa russa a tre barre che da lontano sembrano gioielli in filigrana.
Alle tre del pomeriggio, puntuali, siamo nella grande Piazza del “Palazzo d’inverno”. Dalla muratura color turchese emerge il bianco delle colonne, dei cornicioni e delle finestre dell’interminabile facciata, punteggiata dai fregi e dai capitelli color oro vecchio. Così l’italiano Rastrelli, che costruì in stile italiano, riuscì a creare un barocco che è solo russo, come si vedrà anche nelle altre due residenze che visiteremo.
Ci raggiunge una seconda guida, Ludmilla, e ci dividiamo in due gruppi per visitare il museo dell’Ermitage. Dopo il raffinato e lussuoso scalone d’ingresso percorriamo saloni e logge, in stile dal rococò al neoclassico, ideate come residenza della corte imperiale e poi impiegate per raccogliere le numerosissime raccolte d’arte.
Naturalmente ci soffermiamo sulle opere più significative: il “Ritorno del figliol prodigo” di Rembrandt, l’arte italiana dal Trecento al Settecento, Leonardo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Canaletto. Le gallerie con i pittori Francesi, i Fiamminghi, gli Spagnoli,

L’escursione con il battello
Stanchi, ma contenti per la partecipazione a tanta meraviglia, dopo due ore usciamo e partiamo per raggiungere l’imbarco sulla Fontanka. Verso le 18 iniziamo l’escursione su un battello riservato a noi soli. Percorriamo tratti di fiumi e canali della città, i cui argini sono ininterrottamente occupati da palazzi signorili, uno diverso dall’altro, dal ricorrente neoclassico alle fogge del ‘700 e dell’800, con variazioni e riletture di stili precedenti. I ponti dalle arcate basse, con barriere in ferro sempre riccamente lavorate, ci costringono a rimanere seduti.
Quando sfociamo sull’ampia Neva (che significa acqua “scura”, come in effetti è), il battello risale il corso del fiume avendo a destra la facciata rivolta al fiume dell’Ermitage e a sinistra la Fortezza, poi fa un ampio giro per tornare e si avvicina all’incrociatore “Aurora”, all’ancora e adibito a museo, dal cui cannone nel 1917 partì

il segnale per l’assalto al Palazzo d’inverno. Nel 1908 l’Aurora insieme ad altre navi militari della flotta zarista, in esercitazione nel Mediterraneo, portò i primi soccorsi alle popolazioni colpite dal terremoto di Messina.
Con il sole verso il tramonto che rende abbagliante lo specchio d’acqua lasciamo la Neva e rientriamo nel cuore della città. Ritroviamo i due giovani, un ragazzo e una ragazza, di età liceale, che già in precedenza di corsa ci precedevano su ogni ponte sotto cui stavamo per passare, sbracciandosi in saluti. Dopo qualche iniziale titubanza poi il nostro gruppo intero partecipò al gioco di simpatia reciproca. Ora il gioco ricomincia, eccoli con le braccia agitate dal ponte e poi via a gambe levate fino al successivo, con l’allegro scambio di gesti e saluti, fino all’ultimo ponte. Alla fine li troviamo al molo dove sbarchiamo, composti come due soldatini in piedi nella posizione di riposo. Nel frattempo qualcuno aveva provveduto a raccogliere qualche rublo e qualche euro. Loro, lì immobili, incerti e forse un po’ stupiti della nostra corale partecipazione, accolgono il nostro dono, i saluti e gli auguri.

Sabato 1 settembre
Sabato primo settembre la giornata si apre con la recita delle Lodi, e gli auguri per compleanni o ricorrenze. Purtroppo dalla parrocchia lontana cominciano a giungere anche le notizie dei lutti e anche per questi ogni mattina si rivolgerà un pensiero orante.
Prima delle nove siamo già in strada perché la giornata prevede la visita a due residenze imperiali poste fuori dalla città.

Don Gianluca sul “Ritorno del figliol prodigo” di Rembrandt
Durante il viaggio verso la costa Baltica, a Peterhof, don Gianluca ci intrattiene con alcune riflessioni sul grande dipinto di Rembrandt visto il giorno precedente. Gli sarebbe piaciuto poterci parlare proprio lì, dinanzi alla tela, ringrazia però le guide che con semplice chiarezza hanno tratteggiato la vicenda umana del pittore olandese Rembrandt (+ 1669) e ci hanno dato le informazioni essenziali sull’opera dal titolo “Il ritorno del figliol prodigo”, ispirata al testo del Vangelo di Luca al capitolo 15, la parabola che noi preferiamo intitolare “del Padre misericordioso”. Bene hanno descritto la composizione, un padre che scioglie la lunga attesa abbracciando il figlio derelitto, con due mani diverse, una di uomo e l’altra di donna, dichiarando così il suo essere padre e madre insieme (“Dio […] è papà; più ancora è madre”, fu un insegnamento indimenticabile di Papa Luciani nel suo brevissimo pontificato).
Don Gianluca riparte dalla scena. Il padre anziano e chino. Un figlio minore in ginocchio. Un figlio maggiore ritto in piedi. Altre figure che osservano senza giudicare, in attesa ancora di cogliere l’evento e di capire. Gesù racconta la parabola dopo che i farisei e gli scribi mormoravano su di lui un pessimo giudizio: “accoglie i peccatori e mangia con loro!”. Egli dapprima risponde con le due brevissime parabole, quelle della pecorella smarrita e della dracma ritrovata, ma per andare ancora più a fondo narra questa storia di vita.
La figura centrale è il Padre, Dio che non smette mai di amarci (“lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”). Ha sempre atteso il ritorno del figlio che si era allontanato; e attende anche il figlio maggiore, che sta a casa, ma che non sa riconoscere l’amore del padre.
Il figlio minore si era allontanato esigendo l’eredità, un gesto anticipatorio della morte o del rifiuto del padre, ma dal luogo lontano rientra in se stesso e rasato, scalzo, senza volto ritorna. Nel dipinto si vede che ha un pugnale nella cintura, simbolo di una nobiltà che non ha mai perduto. Don Gianluca accenna alla recente psicologia che sotto il nome di “complesso di Telemaco” (il figlio di Ulisse che cerca e attende il ritorno del padre) ridà voce alla naturale ricerca della figura paterna. Perché il padre non è un rivale per il figlio, ma è la figura buona delle legge, dal quale si ottiene una giusta eredità e dalla cui testimonianza il figlio si avvia a diventare uomo.
Il padre (che le due mani mostrano essere padre e madre) ha il mantello rosso, simbolo dei beni e della casa, ha gli occhi semichiusi, perché maggiore è lo sguardo limpido del cuore.
Il figlio maggiore, chiuso nel mantello rosso, è rigido e fermo, lui sì ha gli occhi ben aperti, ma sono gli occhi malati dell’invidioso, di chi giudica e in sostanza vede meno del padre. Non ha proprio capito che cosa significhi essere nella casa con il Padre e così non riconosce il fratello. Ha il senso del dovere, senza vivere la gioia propria di chi sa fare il bene, che è la vera somiglianza con Dio di cui parla la Genesi alla creazione dell’uomo.
Il dipinto arresta la scena proprio come la parabola, che rimane sospesa e non ci dice che cosa faranno i due figli. I due figli sono dentro ciascuno di noi, perché impariamo da quella storia il giusto rapporto con Dio e di conseguenza con l’uomo.

Le residenze imperiali a Peterhof e a Carskoe Selo
Giungiamo a Peterhof, la residenza imperiale dello zar Pietro il Grande, disegnata dall’italiano B. Rastrelli all’inizio del ‘700. È un insieme grandioso di palazzi e giardini. Doveva rappresentare le riforme che l’imperatore aveva introdotto dall’Europa.
Visitiamo le ricchissime sale interne, ma ciò che suscita più meraviglia è il giardino che scendendo di livello verso il mare di Finlandia apre un panorama di cascate, fontane e viali in un verde rigoglioso. Al centro vi è un’immensa composizione simmetrica, con una cascata ornata di statue in bronzo dorato, svariate fontane fino alla grande getto centrale, che sfruttando solo il gioco dei dislivelli rappresentava una meraviglia della tecnica.
Ripreso il pullman percorriamo vari chilometri verso l’interno fino al villaggio di Carskoe Selo dove Pietro il Grande fece costruire (sempre da B. Rastrelli) una splendida residenza per la moglie e poi per la figlia. Un palazzo azzurro, bianco e oro in un giardino con un parco immenso intorno ad un lago. All’interno è un’infilata di sale di rappresentanza, con soffitti dipinti, parquet pregiati, specchi, lampadari e intagli dorati fino alla grandissima sala del trono. Meraviglia finale la sala interamente rivestita d’ambra.
Durante la giornata la dotta guida ha avuto modo di istruirci su Rastrelli, Quarenghi e gli altri artisti, ma soprattutto su tutta la dinastia dei Romanov da Pietro il Grande a Nicola II, con tutto il groviglio di grande storia, umane debolezze, tragedie e aneddoti spiritosi. Ci pare di intendere, dalle parole della nostra guida, il bisogno di recuperare tutto il loro passato, con l’orgogliosa consapevolezza di essere un grande popolo, che ha saputo superare la ferita del regime sovietico e il suo rovinoso crollo.

La Santa Messa
Alle 18, ritornati in città, celebriamo la Santa Messa nella chiesa cattolica di S. Maria Assunta. È la prima delle due sole in programma, con il proposito però, come suggerisce don Gianluca nell’omelia, di viverle come eventi capaci di incorniciare e riempire di significato il nostro viaggio. Significato che propone di condensare in due termini: conversione ed empatia.
Oggi alla scuola di Maria ci soffermiamo sulla conversione. In latino “convertere”, cambiare strada; in greco “metànoia”, mutare il modo di pensare, cambiare mentalità.
L’ascolto del Vangelo delle nozze di Cana, in cui Gesù con il suo primo “segno” manifestò la sua gloria ai discepoli, ci indica la novità bella che Gesù ha introdotto nella nostra vita, di cui è stato segno il vino nuovo, nella gioia di una festa nei nozze. E questo grazie a Maria che anche noi suggerisce: “Fate quello che vi dirà”. La gioia e la festa che era nel piano del Creatore e che Gesù rinnova, traspare anche dalle bellezze che oggi abbiamo ammirato. Anche noi, come gli apostoli a Cana, abbiamo bisogno di conversione, come per i figli del Padre misericordioso, di cui abbiamo riflettuto leggendo il capolavoro di Rembrandt.

Passeggiata notturna
Dopo la cena un numeroso gruppo, con la guida di Michela, esce per una passeggiata notturna. L’entrata nel metro la prima volta è di grande effetto perché si ha l’impressione che la scala mobile si lanci veloce in discesa in un tunnel di cui non si vede il fondo.
D’altra parte sia qui, come poi vedremo a Mosca, si è dovuto scendere oltre le ricche falde acquifere e il letto di fiumi profondi. Risaliamo in superficie proprio sulla Prospettiva Nevsky, uno spettacolare corso lungo e diritto, con ampi marciapiedi, che di notte si trasforma in una ricca e fastosa illuminazione di palazzi, di monumenti e di vetrine. È sabato sera, il traffico automobilistico è intenso, con la presenza di auto ricche e potenti. I marciapiedi traboccano, in particolare di giovani.
Proprio in mezzo a questa fitta popolazione straniera ci capita di incontrare il bergamasco Monsignor Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi, ben noto al nostro parroco, con il quale ci intratteniamo cordialmente prima di rincasare.

Domenica 2 settembre. La Chiesa della Dormizione e Nostra Signora di Kazan
Domenica mattina chiudiamo le valige e lasciamo le camere. Con il pensiero rivolto alla domenica della nostra comunità parrocchiale recitiamo le Lodi.
Caricati i bagagli sul pullman iniziamo un giro per la città in tutta tranquillità, senza mete ad orario fisso e avvantaggiati dal minor traffico del giorno festivo. Sulla Prospettiva Nevsky però una massiccia presenza di forze dell’ordine (è attesa qualche personalità) ci costringe a lasciare l’arteria principale e l’autista s’insinua a fatica per altre vie. La guida Natalia, che racconta storia e personaggi ad ogni palazzo, ha l’occasione di soffermarsi sui ricordi del lungo assedio di Hitler alla città di Leningrado. Immane tragedia, eroica resistenza per due anni e mezzo, fino al gennaio del 1944, ma l’invasione fu arrestata.

Facciamo una breve sosta nella Piazza degli Artisti, storica, bella e vasta, con giardini e alti alberi intorno al monumento del padre della lingua russa, il poeta Aleksandr Puskin. Altro lungo giro in pullman, attraversiamo un bel ponte sul braccio più ampio della Neva, ormai prossima gettarsi nel Golfo di Finlandia, lo si capisce dalle grandi navi passeggeri che vi sono attraccate, tra le quali si nota l’inquietante sagoma di un sommergibile, adibito a museo.
Al di là della strada ci appare, come un luminoso gioiello, la Chiesa della Dormizione, l’analoga per gli Ortodossi della nostra Assunzione. Il cielo si è fatto molto luminoso, di un azzurro quasi mediterraneo, il sole dà splendore al caldo giallo della pietra con cui è costruita la bella chiesa. Eretta all’inizio del ‘900 in stile neorusso, venne presto trasformata dal governo sovietico per altri usi, fino a diventare una pista di pattinaggio. Da poco restaurata e riconsegnata al culto a noi appare in tutto il suo splendore, nella ricca architettura, con le cupole e le cupolette dorate sormontate da croci gloriose.
Ma lo stupore nostro cresce entrandovi. La sacra liturgia è in corso, il canto a cappella esprime lo spirito della preghiera e della fede delle tante persone, tutte raccolte ed in piedi e le donne (anche le nostre) con il velo in testa. La luce tenue sfavilla dai lampadari attraverso l’oro e i colori delle volte e della cupola e accompagna lo sguardo verso la maestosità dell’iconostasi. Al centro della porta santa che è aperta sta il celebrante e possiamo intravedere l’interno con l’altare. Solo pochi attimi per percepire qualcosa di quel clima solenne, la benefica carezza del canto e un’immagine che nell’insieme sa porgere il mistero della religione.
Abbiamo ancora il tempo per una breve sosta con visita alla Basilica di Nostra Signora di Kazan, in stile neoclassico con un grande colonnato corinzio che ricorda un po’ quello di San Pietro. Il colonnato prosegue anche nel ricco interno a rimarcare le navate fin sotto l’alta cupola da cui scende una grande luce. La chiesa riceve il nome da una antichissima icona miracolosa. Natalia racconta che fu portata in processione durante il drammatico assedio e segnò il limite non più valicato dagli invasori.
Entriamo nella chiesa mentre è in corso la celebrazione. La navata è colma di fedeli di tutte le età, ma in quelle laterali la folla dei turisti che si accalcano alle edicole dei souvenir, ai tavoli delle petizioni di preghiere, o di gente che cerca di capire tra le tante icone grandi e piccole quale sia quella venerata (che in realtà è tenuta nascosta dietro altri pannelli dipinti), rende il tutto meno raccolto che nella chiesa precedente. A fatica gli uomini del servizio d’ordine, in divisa, cercano di mantenere l’ordine e di impedire che si scattino fotografie, dovunque vietate durante le celebrazioni. Assistiamo al rito ortodosso della distribuzione del Pane Eucaristico, mentre il coro, sopra l’ingresso, accompagna con il canto.
La visita a San Pietroburgo sta per finire: sosta d’obbligo per gli ultimi acquisti e poi pranzo in una bella sala in stile.
In treno da San Pietroburgo a Mosca
Saluti e ringraziamenti per la brava guida Natalia che ci accompagna fino alla stazione “Mosca” e ci assiste fino all’imbarco sul treno, che alle 15 parte alla volta di Mosca, 670 Km, 4 ore, attraverso la vasta pianura russa.
Il treno è bello e moderno, perfettamente pulito e con personale accogliente. Viaggia silenzioso a circa 200 km/h.
Lasciata l’area urbana di Pietroburgo inizia l’immensa distesa di foresta, boschi e steppa verde in prossimità dei corsi d’acqua, come l’area dell’attraversamento del Volga. Appaiono rari gruppi di abitazioni, isbe a volte molto povere. Rari i luoghi abitati con qualche traccia di attività manifatturiera. Con l’eccezione di due soli piccoli centri dove il treno fa una breve sosta, non si vedono né strade né auto. Dopo tre ore di viaggio appaiono, sempre nel verde, i segni della presenza umana: paesi e borghi con abitazioni sia nel vecchio stile russo sia moderne, comunque abbastanza curate. Poco dopo entriamo nella stazione “Leningrado” di Mosca.
Veniamo accolti dalla signora Eléna, che in buon italiano, ma con marcato accento russo, sulla via per l’Hotel Borodino, inizia la descrizione dei luoghi che attraversiamo e la storia cui sono legati.
Certo l’impatto con Mosca è forte per la novità che appare agli occhi, molto diversa da come possiamo immaginarci sulla base della vicenda storica e dal narrato dei nostri media.
In realtà l’incontro è subito piacevole e le novità divengono presto famigliari. L’hotel di 11 piani che ci accoglie è molto bello. Unisce tutte le dotazioni di servizio moderne al gusto di un tempo, dato dai lampadari di cristallo, dalla tappezzeria vivace, dagli stucchi decorativi.
Dopo cena la serata trascorre piacevole nelle sale di ritrovo a sfogliare le nostre foto del giorno precedente, già postate sul sito della Parrocchia.

Lunedì 3 settembre. Mosca, San Basilio, la Piazza Rossa, la Collina dei passeri
Il lunedì mattina, dopo le Lodi inizia la nostra visita della città. Siamo ben presto immersi nel lento traffico delle grandi arterie che raggiungono cinque corsie per senso di marcia. I palazzi di Mosca sono generalmente tutti molto alti, ben oltre i 10 piani, qua e là svettano anche quelli di 40. È imponente la grande edilizia storica, i grattacieli degli anni 50 mantenuti e restaurati, le cosiddette “7 sorelle staliniane”, che uniscono la decorazione barocca al gotico delle guglie tanto alte che si scorgono dovunque si guardi.
I palazzi moderni, nei più vari disegni geometrici, in cristallo e acciaio o superfici colorate, appaiono sempre governati da un certo equilibrio e misura, pur nella grande creatività. Per quello che ci è dato di osservare, sembra sempre rispettato lo spazio tra le costruzioni e il verde dei cortili o dei giardini al di là della facciata che dà sulla via principale; frequenti sono i parchi e le zone alberate.
Prima meta, certo, è la Piazza Rossa, che si annuncia dal muro rosso del Cremlino e dal fascio di cupole colorate di San Basilio. Prima di giungervi fiancheggiamo un vasto parco che è un po’ come la Minitalia per la Russia, fino a pochi anni fa qui c’era l’immenso hotel “Russia” che con le sue 6000 camere ospitava i visitatori, secondo il rigido protocollo sovietico. Con il pullman passiamo sotto il mezzo arco del “ponte sospeso” che dal parco si arresta a sbalzo, colmo di turisti, fin sulla Moscova.
A piedi saliamo verso la Piazza fiancheggiando la magnifica Cattedrale di San Basilio, simbolo di Mosca e della Russia; le sue nove cupole in effetti sorgono da nove chiese distinte, ma così unite ad indicare, quando fu costruita nel XVI secolo, l’unione di tutte le comunità che formavano la Russia. Il dominante rosso del mattone fa da sfondo al bianco e al verde dei particolari dell’architettura, con le cupole di rame variamente colorato e le croci ortodosse in vetta, a formare nell’insieme questo stile che è unico e tipicamente russo. La foggia di quelle cupole che noi siamo soliti chiamare “a cipolla”, rappresenta, nell’immaginazione russa, la fiamma della candela, cosicché San Basilio risulta essere un fascio di candele oranti verso il cielo.
Ahimè, l’attesa Piazza Rossa a molti risulta una delusione perché gran parte di essa è occupata dalle istallazioni con gradinate e tendoni per concerti e manifestazioni. Entriamo nello storico mercato di Mosca “Gum”, un gigantesco palazzo in stile fine ottocento, costruito ancora al tempo dello zar. È composto da tre gallerie coperte, disposte su più piani, varie volte abbellito per essere una spettacolare vetrina per il turista che viene a Mosca. All’interno, la bellezza dell’insieme, che unisce tradizione e modernità, natura e tecnologia, è ancor più pregevole per l’estrema pulizia, l’ordine, la presenza di guardie cortesi ad ogni ingresso.
All’altro estremo della piazza si può visitare la piccola e graziosa Cattedrale di Kazan, dalle fogge orientaleggianti e dai colori pastello, fatta abbattere da Stalin e oggi perfettamente ricostruita e aperta al culto. All’interno una lineare e geometrica iconostasi risulta composta da un centinaio di icone.

Con il bus percorriamo qualche tratto del grande anello stradale e superata a sud la Moscova raggiungiamo un luogo leggermente più alzato rialzato rispetto alla città, la “Collina dei passeri”. Da quella vasta spianata lasciamo alle spalle una delle “Sorelle staliniane”, il grattacielo dell’Università, imponente pur essendo ad un chilometro da noi, mentre davanti si apre lo spettacolo del panorama dell’immensa città di Mosca: il grande stadio di calcio, le cupole, i pinnacoli, sulla sinistra molto lontano il gruppo dei moderni grattacieli con le loro bizzarre geometrie. La guida ci dice che gli abitanti sono intorno ai 12 milioni, che giungono a 15 per la presenza di chi ci viene per lavoro.

Tornati in città pranziamo in un lussuoso ristorante. Il pranzo che ci viene offerto raccoglie la soddisfazione dei più, sebbene l’ordine delle portate, per le nostre abitudini, risulti un po’ “disordinato”.

Il Cremlino
Nel pomeriggio visitiamo la Fortezza di Mosca, questo è il significato esatto della parola Cremlino, l’antica città nella città, fortezza ben difesa, divenuta centro del governo ed allo stesso tempo museo della storia russa.
Varcato l’ingresso sotto una torre, passando vediamo i palazzi governativi e ci spostiamo verso la parte museale. La visita si concentra su una piazza contornata da chiese dalla bianca e articolata struttura, sormontate da innumerevoli cupole d’oro. Ciascuna di queste chiese, spiega Elèna, sta a rappresentare la presenza benevola e protettrice del Soprannaturale in tutte le fasi della vita dell’uomo, dalla nascita alla morte e al destino ultraterreno.
Invitati al decoroso silenzio visitiamo la Basilica dell’Annunciazione, dalle tante cupolette dorate, la Basilica della Dormizione (Ascensione), eretta alla fine del Quattrocento dall’architetto italiano A. Fioravanti, e quella dell’Arcangelo, quest’ultima necropoli dei principi di Mosca e dei primi zar. Siamo sempre ben istruiti da Eléna, che prima di entrare ci indica con cura le ragioni di pensiero teologico, religioso e tradizionale della grande espressione di fede cristiana ortodossa, soprattutto per ciò che la distingue rispetto alla tradizione cattolica.
Possiamo ammirare le meravigliose iconostasi delle tre chiese, non a caso sopravvissute a secoli di alterne vicende storiche. Noi restiamo catturati dall’insieme complesso delle icone e a malapena abbiamo la possibilità concentrarci su una o sull’altra; la guida ci ha suggerito di puntare lo sguardo sulla seconda icona a destra della porta santa, per comprendere a quale evento o personaggio della storia sacra sia dedicata la chiesa.
Noi vediamo le immancabili icone di Cristo e di Maria, la Trinità, il Battista, gli Arcangeli, poi gli ordini dei Santi, dei Patriarchi, dei Profeti; scorgiamo tempietti o edicole testimonianze di venerazione particolare per icone miracolose di Maria, o di devozione per santi molto amati, come San Nicola.
Eléna ci fa notare che le icone contengono sempre sigle o brevi frasi che aiutano a comprendere il contenuto e il significato di quella realtà che lì si rende visibile. Perché le icone non si dipingono ma “si scrivono” e, afferma, che un tempo risultavano leggibili e comprensibili a tutti “al colto e all’incolto”, tutto sommato un’affermazione valida anche per l’iconografia religiosa della cristianità cattolica.
Le pareti, le colonne, le absidi e le cupolette sono interamente affrescate e dall’alto scende la luce tenue dalle strette finestrelle dei pinnacoli che si mischia a quella dorata degli immancabili preziosi lampadari.

Durante la visita, il sole è scomparso e comincia a piovigginare, fatto normale a Mosca, dove si sconsiglia di uscire senza ombrello. Proseguiamo la visita nell’ampio giardino dove i grandi alberi proteggono dalla pioggerella e tra le aiuole fiorite c’è la graziosa fontana dell’Uccello della felicità.
La pioggia non ci trattiene dal soffermarci intorno all’enorme campana alta più di 6 metri, detta “la zarina”, magistralmente decorata, che tuttavia non poté mai suonare, perché s’incrinò già nella fossa di fusione e ora è lì con il suo frammento staccato di 11 tonnellate!, sfondo attraente per le foto ricordo.

Martedì 4 settembre.
Al Centro Culturale Biblioteca dello Spirito
Martedì 4 settembre, dopo aver goduto un po’ traffico moscovita, entriamo in un palazzo ordinario, con un’insegna in cirillico, che tradotto dice: “Centro Culturale Biblioteca dello Spirito”. Ci fanno accomodare in una bella sala in stile, con lampadari e appliques, pareti con lesene e bei tendaggi, soffitto ricco di fregi e stucchi; in due angoli si notavano, ben coperti, un clavicembalo e un pianoforte mezza coda.
Ci accoglie Jean Francois Thiry, un belga che si presenta come laico consacrato, parla benissimo l’italiano per gli studi fatti in Italia e per la sua vicinanza a “Russia Cristiana” (proprio la nostra di Seriate).

Fino al 1989 in Russia era proibita la stampa di libri religiosi e questa organizzazione di Padre Scalvi nasce proprio per poter diffondere comunque nella Russia comunista, la stampa cristiana.
Jean Francois giunse in Russia nel ’91, dopo la “liberazione” per la Chiesa, che poté operare alla luce del sole, ma che per i russi erano gli anni drammatici per l’improvviso crollo di un impero. Tra le esperienze più intense della sua vita c’è proprio la sua prima destinazione in Russia, in Siberia, prima dell’apertura di questo centro a Mosca, presso comunità povere dove fu accolto molto bene, quando la limitazione dei beni rendeva più genuini e autentici i rapporti. Il problema è stato quello di far conoscere la Chiesa Cattolica che era sconosciuta, identificata con l’Occidente. Si cominciò con la diffusione del Catechismo [quello edito dal Vaticano nel 1992] e l’Introduzione al Cristianesimo di Ratzinger [uscito in Germania nel 1968, per cattolici e protestanti]. Ma i preti cattolici in gran parte erano polacchi e non conoscevano l’Ortodossia.
Da qui nacque l’idea di aprire una biblioteca in questo stesso luogo dove i moscoviti ricordavano che già nel passato si era svolta attività culturale (ci era passato anche il filosofo Soloviev). L’intento era quello di creare un luogo di cultura cristiana libero, fatto da laici, luogo di dialogo. Ora è una sala molto usata e frequentata per ogni tipo di attività culturale: musica, filosofia, religione, letteratura, arte. Non si fa uso del termine “ecumenismo”, giacché in Russia può essere ancora interpretato con sfumature negative. Pare che sia più convincente l’esperienza di una fede che riempie la vita. Quello che conta è proporre una presenza cattolica che sa offrirsi in assoluta gratuità. Gli ortodossi frequentano le attività del Centro “perché – gli dicono i russi – voi non chiedete niente”.
Ricorda il 1994, quando il Centro fu aperto e si era all’apice dell’incomprensione. Gli ortodossi sospettavano che si trattasse di operazione di proselitismo, il vescovo cattolico non lo vedeva di buon occhio perché pensava che fossero “venduti agli ortodossi”. Invece fu un luogo di esperienza cristiana, non un posto dove far rumore per farsi sentire.
Jean Francois con molta saggezza ci fa intendere che una storia tanto lunga e con le radici nel più lontano passato, non può cancellarsi in un attimo; solo l’esperienza di vita cristiana aiuta davvero all’incontro.
Prima del 1054, quando avvenne la rottura tra cattolici e ortodossi, si era uniti, ma già con proprie abitudini, tradizioni e riti. Poi ragioni temporali oltre che teologiche hanno sancito la divisione. La Chiesa Cattolica ha alcune differenze dogmatiche con l’Ortodossia: l’Immacolata Concezione di Maria, L’infallibilità del Papa (a ben determinate e specifiche condizioni), la concezione intorno alla terza Persona della SS. Trinità. Eppure la Chiesa Ortodossa vanta attualmente una devozione popolare ancora molto forte.
A seconda dell’atteggiamento con cui ci poniamo, le diversità possono arricchire o separare. Jean Francois racconta che un po’ per scelta, un po’ per necessità (dato che le chiese cattoliche sono poche e lontanissime in una città vasta come Mosca) fu indotto a partecipare con assiduità alla liturgia ortodossa. Le lunghe celebrazioni, l’attenzione per intendere la lingua, l’impegno dello stare in piedi, la presenza dell’iconostasi, tutto ciò gli ha insegnato più profondamente che cosa sia la liturgia: Dio è sempre ad li là.
Cogliamo l’occasione per porre alcune domande al nostro ospite, visto che il viaggio anche se in maniera superficiale ed estemporanea ci ha messi a contatto con la Chiesa Ortodossa.
Riguardo al divorzio, fa notare che non si tratta di un nuovo matrimonio, ma, se viene consentito, si tratta di un “risposalizio”, preceduto da una cerimonia penitenziale.
Sul delicato punto del rapporto con il governo, fa rilevare che per certi versi la suddivisione per patriarcati rende l’Ortodossia, che lo si voglia o no, vincolata alla politica temporale, come gli ha detto qualche amico ortodosso: “Noi non abbiamo un Papa, con il suo Vaticano, che può parlare in massima libertà”. Il Papa, chiunque esso sia, rappresenta tutta la comunità per coloro che credono.
La differenza dogmatica su Maria è addirittura paradossale, vedendo la radicata e immensa devozione per la Vergine.
Alla richiesta se il Vaticano II abbia rappresentato un passaggio importante per il dialogo, fa notare che la Chiesa Ortodossa a sua volta già da 1905 aveva emesso un pronunciamento importante sulla libertà religiosa.
Tuttavia quando due anni fa il Patriarca Kirill si incontrò a Cuba con il Papa, al suo rientro a Mosca da alcuni fu preso per eretico. Per questo oggi è importante creare le condizioni perché si abbia uno sguardo positivo verso la Chiesa Cattolica. Qui la liberà religiosa è tornata nel 1991, e per prima cosa la Chiesa Ortodossa pensò ai mattoni, a ripristinare gli edifici delle chiese; per necessità poi furono ordinati in fretta e con poca preparazione tanti preti, che possono essere coniugati, svuotando così le risorse del laicato. Come già detto poi l’Ortodossia è fatta di chiese nazionali, con scarsa autonomia dal governo temporale. Attualmente i credenti praticanti sono intorno a 3 – 5% della popolazione.
La Chiesa Cattolica in tutta la Russia ha 4 vescovi per circa 200.00 cattolici.
Concludiamo l’interessante incontro ringraziando calorosamente Jean Francois al quale porgiamo auguri oltre all’impegno per la memoria reciproca nella preghiera. Prima di lasciare il centro possiamo vedere la biblioteca sistemata presso una simpatica sala da tè colma di prodotti dell’artigianato russo.

Il monastero di Novodevicij
Un ampio giro in autobus ci fa ammirare esempi notevoli della vecchia e della nuova edilizia moscovita, intanto giungiamo al monastero-fortezza di Novodevicij (o delle Nuove Vergini) tra i più antichi e ben conservati, nel classico stile barocco-moscovita, con i colori bianco e rosso delle torri che sembrano concluse da un merletto e la chiesa con le immancabili cupolette dorate.
All’interno percorriamo una interessante esposizione di icone che offre l’occasione alla guida di illustrare le tre tipologie fondamentali delle icone mariane. Il monastero ha una grande importanza storica, per la vicinanza alla corte dello zar, e di rimandi alla letteratura nazionale e lo testimonia nella chiesa la ricca iconostasi quasi celata dietro tre preziosi archi in marmo e una cancellata d’oro.
Bene esposta al pubblico, dietro una cortina di lumi, una bella icona della Madonna della Tenerezza. Il convento accoglie un importante cimitero, dove tra gli altri riposano lo scrittore Bulgakov e il filosofo cristiano Soloviev.

La Galleria Tret’jakov. La “Trinità di Rublëv e la “Madonna della Tenerezza di Vladimir”
Oggi il pranzo ci viene offerto in locale tradizionale di nome “Baba Marta”. Poi abbiamo un’oretta di passeggio lungo l’area pedonale di via Arbat per il rifornimento di matriosche e souvenir vari. Quindi il pullman ci porta nei pressi della Galleria Tret’jakov, che visitiamo divisi in due gruppi (guide Eléna ed Elena) .Il settore che espone la pittura russa del ‘700 e dell’800 ha un interesse locale, per quanto percorre, imitando la pittura europea, il passaggio dalla pittura di corte al servizio della corte, alla scoperta romantica della personalità, della natura, fino alla rappresentazione dell’umanità più povera e derelitta. Non mancano scene icastiche e tipicamente russe di denuncia per la tragedia della guerra.

La parte veramente straordinaria della Galleria è l’esposizione delle più antiche e preziose icone russe, dove l’arte e la religione si uniscono a sostegno della fede. Vediamo l’icona del Volto di Cristo, la Dormizione (Con Gesù che accoglie l’anima di Maria), l’Annunciazione (con l’immagine di Gesù in seno), La Trinità (il Padre, con in braccio il Figlio che in una sfera ha lo Spirito), il racconto storico in tre momenti dove si esalta la protezione dell’icona di Maria a difesa della città. Poi i santi, gli apostoli, la Trasfigurazione, …
Infine la maestosa Trinità “scritta” dal monaco pittore Andrej Rublëv intorno al 1422, che le guide bene illustrano negli aspetti storico artistici (l’armonia della composizione, la circonferenza che unisce i personaggi, la forma di calice che vi si intravede, …, ma sappiamo che in proposito ci aspetta la lezione del parroco).
Caso unico nella storia di un museo, in una cappella perfettamente restaurata e restituita al culto, è esposta l’icona della Madonna della Tenerezza di Vladimir, del XII secolo.
Il nome esatto è “Theotòkos” cioè, in greco, Madre di Dio. È una delle icone ortodosse più venerate e famose al mondo, considerata protettrice della Russia. È un tipico esempio di iconografia di origine bizantina, secondo la tipologia “elèusa”, la misericordiosa, che però in occidente siamo più soliti dire “della tenerezza”, per via la materna vicinanza dei due volti della Madre e del Figlio (con il rischio però di non leggere più a fondo altri elementi, addirittura che è il Bimbo che si atteggia a sostenere la Madre-Chiesa).

Lasciata la galleria, una piacevole passeggiata ci conduce al ponte Tret’jakov, ponte degli innamorati. Tra le tipiche istallazioni per le foto ricordo c’è anche un grande cuore di fiori, come ce ne sono altri per il compleanno della città che a settembre compie 871 anni e che si mostra ai visitatori molto pulita, ordinata e ben curata.

Mercoledì 5 settembre.
La Laura della Trinità di San Sergio
Mercoledì ci attende un viaggio fuori Mosca, a 70 Km verso Nord Est (Verso gli Urali!) nella località di Sergiev Posad dove si trova la “Laura della Trinità di San Sergio”, il più importante monastero e centro della spiritualità della Chiesa Ortodossa russa. Il monastero (“laura” nel greco tardo o “lavra” in cirillico) fu fondato da San Sergio, uno dei più venerati santi russi a metà del Trecento.
Divenne centro spirituale della nazione, ma anche fortezza mai espugnata. Nel Quattrocento vi operò il pittore monaco Rublëv, di cui appunto ci è rimasto il capolavoro della Trinità.
La rivoluzione comunista ne decretò la chiusura, ma la tragedia della Guerra consigliò lo stesso Stalin a consentire una limitata ripresa dell’attività religiosa e di culto nel Monastero. Eléna racconta un fatto a lungo tenuto nascosto, ma ormai accertato dalla storiografia. Nel momento peggiore per Mosca di fronte all’avanzata nazista, Stalin, fece portare in processione le venerate icone di Vladimir, Kazan e Smolenks.
Pian piano lasciamo il traffico della città e percorriamo l’immensa area urbana che la circonda, con nuovi alti palazzi e gli insediamenti industriali, sempre ben separati da tanto verde, finché la strada si immerge tra due parti di fitti boschi, tra i quali di tanto in tanto appaiono piccoli villaggi e campagne.
Mentre ci godiamo questo panorama don Gianluca distribuisce a tutti, per ricordo, una cartolina che riproduce l’Icona della Trinità di Rublëv, con le firme di tutti e il “grazie” in russo, a ricordo di questo pellegrinaggio, SPASIBO.

Don Gianluca sulla “Trinità” di Rublëv
Prende la parola dal punto che l’aveva lasciata al mattino, al termine della recita delle Lodi, quando ci aveva invitati a scegliere una frase, tra le parole appena udite dalle letture o recitate nella preghiera, in modo da poterla, ripetere spesso durante la giornata, nella propria interiorità, a mo’ delle tradizionali giaculatorie.
Tra le bellezze e le ricchezze di questa terra e di questo popolo c’è “l’icona delle icone” la Trinità di Rublëv che il giorno prima abbiamo visto dal vero e che ora osserviamo in cartolina, mentre il parroco spiega.
1. Il Dio cristiano ha questa caratteristica unica, di essere un Dio trinitario: unità che salvaguardia le differenze (segno anche per l’unità di cristiani), intercomunicazione dell’amore, dove l’amante è anche l’amato. Una comunione d’amore, che non rimane chiusa in sé ma che crea il mondo e genera l’umanità. Amore immanente nella Trinità; Amore salvifico, nella Storia della salvezza, quando Cristo lo fa conoscere e lo dona. L’uomo è creato “a immagine e somiglianza” di Dio, che nel suo disegno creativo ha previsto la comunione d’amore tra gli uomini e soprattutto tra l’uomo e la donna.
2. Il tre personaggi ritratti nell’icona sono tratti dal racconto che troviamo al capitolo 18 della Genesi, che è bene leggere insieme al capitolo successivo. Abramo, alle Querce di Mamre accoglie la visita di tre messaggeri, che solo successivamente riconosce essere Dio. La sua ospitalità si manifesta con gesti concreti di grande accoglienza (uno stile di relazione che purtroppo andiamo perdendo, insieme alla fondamentale relazione con Dio, giacché fatichiamo a comprendere che è nell’accogliere del fratello che accogliamo Dio).
L’ospitalità gratuita di Abramo vien ricambiata con la promessa dell’insperata paternità, tanto fuori dalla norma che la moglie Sara ne sorride. I messaggeri si allontanano e Abramo viene a conoscenza del verdetto di distruzione che pende su Sodoma e Gomorra a causa dell’inospitalità e dell’immoralità degli abitanti. Abramo tuttavia intercede per loro presso il Signore, intavola una trattativa che parte da 50 e via via scende fino a 10 sul numero degli uomini giusti sufficienti agli occhi del Signore per sospendere la condanna. Ma neppure questi dieci si trovano. Solo la famiglia di Lot, parente di Abramo, si mostra accogliente, in una città di prepotenti e di depravati.
I messaggeri sollecitano Lot a fuggire con la famiglia, con l’ordine di non voltarsi. Così ottengono la salvezza, mentre scende il fuoco distruttore dal cielo, e il racconto si conclude con l’immagine della statua di sale di colei che, disubbidendo, s’era voltata, ma il succo della storia è che quando non c’è ospitalità e accoglienza, verso l’uomo e verso Dio, rischiamo l’autodistruzione.
3. I tre personaggi dell’icona nella loro diversità sono raffigurati con tratti simili, come l’azzurro delle veste, che indica la celeste divinità: nel Padre (a sinistra) è quasi nascosto dall’ampio manto regale, ad indicare l’inconoscibilità di Dio. Quella regalità che non scompare nell’umanità del Figlio, rappresentata dal rosso del sangue, nel personaggio centrale, che è nello stesso tempo Dio, come suggerisce l’ampio mantello azzurro. A destra il divino Spirito di Dio si ammanta di verde a suggerire il soffio della vita donata nella creazione. Al centro il banchetto con il calice dell’offerta.
Sopra l’immagine di sinistra vi è una dimora, la casa del Padre a cui tutti siamo chiamati a ritornare. Sopra l’immagine del Figlio, l’albero raffigura certo le Querce di Mamre, ma è anche l’albero della vita perduto, che divenuto l’albero della croce, da cui nasce la nuova umanità. Sopra lo Spirito Santo è raffigurata la roccia di una montagna, dove è facile leggere il luogo della manifestazione di Dio, a partire dall’alleanza sul monte Sinai.
Davanti c’è un posto vuoto, il posto dell’umanità, dove ciascuno entra in relazione trinitaria. Tutti siamo chiamati a partecipare a questo banchetto e sarebbe davvero un guaio se a tale invito rispondessimo di no.

La Laura della Trinità di San Sergio
Giungiamo alla meta, il monastero è in mezzo al verde di un territorio di lieve collina e si presenta come una fortezza dal recinto in mura bianche entro cui, tra le torri e le cupole dorate, svetta un alto campanile bianco-azzurro insieme ad altre cupole azzurre punteggiate da stelle dorate.
All’interno l’insieme è spettacolare e pervaso da una spiritualità gioiosa, data dal bianco luminoso, i colori, l’oro, il verde e i tanti fiori. Infatti abbiamo notato che in Russia, i fiori del verde pubblico, forse perché il clima lo permette per un breve periodo, sono estremamente curati e rispettati dalla gente.

Visitiamo la bellissima e bianca Cattedrale della Trinità. Nella penombra illuminata dalla miriade di candele i pellegrini devoti che vanno a rendere omaggio alla preziosa teca che accoglie la tomba di San Sergio, sfilano ai piedi dell’iconostasi per la quale Rublëv dipinse la famosa icona, e sembrano occupare il primo ordine, quello terreno, dei personaggi dell’iconostasi, che alle loro spalle sale altissima con tutti gli ordini degli abitanti del cielo.
La chiesa nel Refettorio di San Sergio ha l’iconostasi più straordinaria che abbiamo visto. Le colonne che separano le icone sono tutte un incredibile traforo in legno dorato che rappresentano un albero di vite con pampini e grappoli.
Una graziosa e colorata rotonda aperta accoglie la vasca di una fonte d’acqua ritenuta benefica. Alle sue spalle spicca la splendida Cattedrale della Dormizione (o dell’Assunzione), costruita ad imitazione di quella vista al Cremlino. Quattro alte cupole azzurre con stelle brillanti stanno intorno alla cupola centrale dorata che termina con una grande croce, elaborata come un gioiello. All’interno della chiesa le pareti e le volte sono tutte dipinte, con il tema ricorrente del Transito della Vergine. Vi è anche un grande Giudizio Universale.
Ci godiamo il caldo di una gran bella giornata di sole e con una piccola passeggiata ci portiamo in un ristorante molto caratteristico tra edifici in stile russo molto elaborato.

La Metropolitana di Mosca
Rientrati a Mosca la guida ci accompagna per alcune tratte della metropolitana a visitare alcune delle più antiche stazioni, risalenti agli anni Trenta, quando ebbero inizio i lavori di una delle reti tra le più vaste del mondo con una dozzina di linee, più di 200 stazioni e ancora in grande espansione. Le stazioni, una diversa dall’altra, sono curate nei materiali e nel gusto artistico. Quelle da noi visitate conservano evidenti le opere del cosiddetto realismo socialista. Come a San Pietroburgo anche qui scendono molto in profondità, con rapide scale mobili, per superare fiumi e falde, tanto che la guida ci ricorda che durante la guerra servirono come rifugi durante i bombardamenti.

La Santa Messa
Alle cinque ci rechiamo nella Chiesa dell’Immacolata, di rito cattolico, per la celebrazione della S. Messa per l’unità dei cristiani. È un grande e alto edificio in stile neogotico in mattoni rossi. L’intero è decoroso, ma forse un po’ spoglio. Il parroco che ci porge il saluto ci racconta che sotto il governo sovietico fu addirittura suddivisa in quattro piani per adibirla ad abitazioni e laboratori. L’iconografia è russa, ma spicca la statua di un italianissimo San Giovanni Bosco con Domenico Savio. Il sacerdote descrive la sua attività pastorale tra i cattolici russi, dove ciò che colpisce sono le distanze che debbono coprire per potere celebrare insieme.
L’omelia di don Gianluca prosegue sulle due parole chiave: la volta scorsa era “conversione” (conversione a Dio e quindi verso i fratelli); oggi la parola è “empatia”, la capacità di entrare in relazione con l’altro, accostarsi alla sua sensibilità e accogliere i suoi bisogni.
1. Questo è ciò che Dio fa con noi. Lo fa con Gesù che si fa carico dei peccati. Con la frase di Geremia (31,33) “porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò nei loro cuori” vediamo in che modo Dio vuole ristabilire l’alleanza. Una legge interiore, Dio che è nella coscienza. Questo fa degli uomini, dove ciascuno mantiene le proprie individuali caratteristiche, una unica famiglia. Ricordiamo che un connotato tipico del maligno è invece proprio quello di colui che porta divisione.
2. Se Dio fa questo per noi, io sono chiamato a condividere i doni ricevuti. Da San Giovanni abbiamo inteso dire che “Dio è amore”. Amore che si manifesta nell’empatia con cui avviciniamo il fratello. Questa è stata l’esperienza fondamentale, e per noi grande esempio, di S. Teresa di Calcutta, di cui il calendario liturgico fa memoria. Alla sua scuola cerchiamo di vivere con più intensità la preghiera di Gesù (Gv 17): perché tutti gli uomini si possano sentire una sola famiglia.

Mosca di notte
Dopo cena, in autobus partiamo quasi tutti per un giro notturno a Mosca, accompagnati dalle due guide, Elèna che con l’interfono ci istruisce e la nostra Michela che per tutto il viaggio e fino all’ultimo ci ha assistito senza sosta e con materna pazienza ha atteso e recuperato ogni disperso.
Mosca con l’illuminazione notturna delle vie, dei ponti, dei monumenti e dei palazzi e talvolta anche degli alberi, è incantevole, da fiaba.
A piedi saliamo dal piazzale sulla Moscova verso la Piazza Rossa, che questa volta, con nostra soddisfazione, almeno in parte è libera dalle installazioni per gli spettacoli. Ammiriamo tutt’intorno

San Basilio, l’architettura varia ed elaborata e le nove cupolette (fiamme di un fuoco rivolto al cielo).
Il Gum è illuminato con file di luci come facciamo noi per le chiese in festa o nel tempo di Natale.
Altra corsa con il bus tra luci della notte e poi sosta sul bel ponte pedonale in ferro dinanzi alla cattedrale di Cristo Salvatore. Dall’alto si gode lo spettacolo su tutta la fortezza del Cremlino, l’ampia ansa della Moscova percorsa dai battelli turistici e fiancheggiata dai grandi palazzi tutti illuminati. Nel cielo della notte si vedono le selle rosse che sovrastano le guglie più alte, simbolo antico della tradizione russa, che ha attraversato le gioie e i dolori della sua secolare storia.
Il tour notturno termina al Monumento della Vittoria, con le sue lunghe file di fontane che l’illuminazione rossa rende simili a fiamme vive in perenne ricordo dei caduti.

Giovedì 6 settembre. Viaggio di ritorno
Giovedì 6 settembre è il giorno del rientro. La recita delle Lodi è l’occasione di ringraziare il Signore per le belle cose viste, con l’augurio che ci restino nel cuore. Don Gianluca riassume il senso spirituale del pellegrinaggio:
– Le due parole (conversione e empatia).
– La “giaculatoria”.
– Il ricordo nella preghiera per questo popolo e per le persone che abbiamo conosciuto.
Poi eccoci nel lento traffico per uscire dalla città. Mosca ha vari aeroporti, tutti molto distanti dall’area abitata. Noi andiamo allo scalo internazionale di Domodedovo (= la casa del nonno).
Controlli e controlli, poi nel primo pomeriggio finalmente in volo per tre ore fino a Vienna, dove per salire sull’aereo che sta nell’imbarco a fianco ci fanno fare una camminata di un chilometro a passo lesto e un’attesa in fila per l’ennesimo controllo. Un breve tragitto in volo sopra le Alpi, qua e là innevate, e siamo a Malpensa.
Un po’di attesa per le pratiche di denuncia per qualche bagaglio consegnato in cattive condizioni, e poi con il bus verso le nostre case.
Arriviamo a San Pellegrino che ormai sono le nove di sera. Sul pullman si recita l’ultima preghiera tutti insieme, a cui seguono i saluti e i ringraziamenti reciproci.

Un riconoscente grazie va a don Gianluca e a Michela, che davvero si sono sempre “convertiti” a noi con grande “empatia”.

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