La carità costruisce la Comunità

“Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. La carità costruisce la comunità Giovanni 15,12-17 Al brano della vite e dei tralci il Quarto Vangelo fa seguire una sorta di approfondimento che sviluppa il tema del ‘rimanere’. Tale approfondimento si distende in Gv 15,9-17. Da questo testo è ricavata la pericope (= brano a senso compiuto) oggetto della scheda catechistica; Prendiamo qui in considerazione la pericope suddetta, nella sua globalità. Il simbolo della vite di Gv 15,1-8 cede ora il posto alla realtà di cui esso parlava: l’amore, del quale il Padre è la fonte. Se la finalità ultima della fecondità dei tralci era la glorificazione del Padre, ora Gesù identifica il fine con la fonte, proprio perché il Padre è l’origine dell’amore. Il Padre ama Gesù, e tale amore fonda quello che egli nutre per gli uomini, come esprime bene la congiunzione ‘come’: dal modo con cui il Padre ama Gesù e con cui questi ama i discepoli (v. 9), scaturirà anche la modalità dell’amore reciproco che deve esistere tra i discepoli stessi (v. 12). È quindi un unico amore che fluisce dal Padre al Figlio, dal Figlio ai discepoli, e da ciascuno di loro verso gli altri. Il testo intreccia poi i termini dell’amore gratuito e disinteressato (verbo e sostantivo: agapáô – agápê) con quelli dell’amicizia (amici: phíloi). Tale sviluppo della metafora della vite nel tema dell’amore è in continuità implicita con la tradizione giudaica, dove la ‘vigna d’Israele’ è strettamente collegata all’amore di YHWH per essa. Al centro di questa pericope sta il v. 13, evocante la morte di Cristo come supremo atto d’amore. È questo versetto il punto d’arrivo del movimento della prima parte, che sottolinea la comunicazione dell’amore (vv. 9-13) con la seconda, guidata dall’appellativo ‘amici’ e orientata verso la prospettiva del frutto che rimane. 1. Rimanete nell’amore mio! All’inizio del brano (vv. 9-10) troviamo per due volte il verbo ‘amare’ espresso con un tempo che in greco indica non tanto un singolo atto, ma un complesso di atti. Se il verbo usato è al passato, non è per negare che l’amore divino sia oggi in atto, ma forse per esprimere l’anteriorità assoluta di tale azione (in questo caso dell’amore del Padre e poi del Figlio). Nel caso del Figlio, però, si tende ad evocare il momento della passione, come emergerà poi chiaramente dal v. 13. Dopo aver menzionato l’origine assoluta dell’amore, il testo sfocia in un appello: «Rimanete nell’amore, il mio!». L’espressione toglie ogni equivoco circa la natura dell’amore in cui il discepolo deve rimanere: quello di Cristo! Si stabilisce così un parallelo tra questo imperativo del v. 9 e quello del v. 4: «Rimanete in me». Il ‘restare’ del discepolo, allora, è un rimanere fermo nella fede e in profondità, un aderire e vivere nell’amore che, attraverso Gesù, viene dal Padre. Rimanere nell’amore di Gesù non si esaurisce nell’ordine dei sentimenti o di esperienze approssimativamente misticheggianti, ma è un restarvi unito obbedendo ai suoi comandamenti. È questo il senso della precisazione del v. 10. Già nel primo discorso di addio, amare e osservare i comandamenti costituisce una medesima realtà. Qui viene ribadito e viene precisato che ciò vale per Gesù stesso. In Gv 4,31, Gesù diceva di amare il Padre operando ciò che il Padre gli aveva comandato. Qui Gesù stabilisce una continuità tra la sua fedeltà di Figlio al Padre e la fedeltà dei discepoli a lui. 2 Ritroviamo quel ‘ come’ (kathôs) che, ancor più che un modello o un prototipo, può indicare qui la fonte. In sostanza, il v. 10 mostra la similarità di risposta all’amore, che il Figlio e i credenti devono avere. Il punto di partenza e di arrivo è perciò l’amore del Padre: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». 2. Perché la mia gioia sia in voi «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (v. 11). Questo versetto sembrerebbe interrompere il tema proposto, tanto più che sul motivo dell’amore condiviso tra i fratelli si torna subito dopo. Ma forse più che di interruzione bisognerebbe parlare di ‘sosta’, per permettere al lettore di interiorizzare la rivelazione precedente, e di coglierne la rilevanza esistenziale. Nessuno è indifferente al tema della gioia. Ebbene, rimanere nell’amore del Padre è la causa di una gioia inesprimibile, che il Figlio comunicherà a tutti coloro che gli sono uniti nell’accoglienza dell’amore. Rispetto al tema della gioia, tanto presente sia nel Primo che nel Nuovo Testamento, Giovanni apporta un pensiero nuovo: è la gioia del Figlio a passare nei credenti, così come la linfa della vite passa nei tralci. Il tema della gioia era già stato sfiorato nel primo discorso (Gv 14,28); ora trova un approfondimento e riceverà un ulteriore sviluppo nel cap. 16. Di questa gioia viene rimarcata la pienezza, il che era già evidente a proposito del precursore (Gv 3,29: «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta»). Questa gioia ha certamente una prospettiva futura, ma riguarda anche il presente, come si vede qui e come si vedrà nella preghiera sacerdotale: «Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia». 3. L’amore più grande Dopo la pausa di riflessione, la cantata sull’amore progredisce, per giungere a sostare sull’amore che i discepoli si donano reciprocamente (v. 12). Ritorna così nuovamente il comandamento ‘nuovo’ di Gv 13,34, che caratterizza il vero discepolo di Gesù, la sua autentica nota distintiva di fronte al mondo. A scanso di equivoci, si ricordi che Giovanni dà un rilievo etico a questo amore, impedendo interpretazioni che scivolino verso letture gnostiche o di tipo emozionale, che fanno evaporare l’amore nelle evasioni immaginarie. Si giunge così al vertice del brano: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (v. 13). Gesù evoca la propria morte, come testimonianza suprema dell’amore. Letteralmente il testo parla di un deporre la propria vita per quelli che si ama. È l’espressione giovannea per indicare la morte volontaria del Figlio, la sua donazione libera. Si noti che il testo greco inizia in un modo ancora più forte, rispetto alla nostra traduzione: «più grande di questo amore nessuno ha: che qualcuno la vita propria deponga per i propri amici». È l’assolutezza dell’amore che viene contemplata, e che deve motivare la fedeltà quotidiana del discepolo al comandamento dell’amore fraterno. Deporre la vita per coloro che si ama non indica certamente che la morte di Gesù sia solo per alcuni, per i suoi, e non per gli altri. L’affermazione vuol solo motivare la ragione dell’offerta della vita, e cioè l’amore, l’unica realtà che dà ragione della Croce. 3 4. Voi siete miei amici Se i discepoli fanno ciò che Gesù comanda loro, cioè se amano e credono, il Figlio li riconosce come amici (vv. 14-15). Qui si contrappone la condizione del servo – che sarebbe propriamente quella del discepolo – a quella dell’amico. Qui ‘servo’ non ha il significato nobile che ha nella tradizione biblica quando è riferito al rapporto con Dio, ma ha il significato decettivo che presenta allorché si è in relazione di assoggettamento rispetto ad un padrone di questo mondo. Diventa quindi più forte il contrasto tra amico e servo. È grandioso, questo appellativo di ‘amici’ con cui Gesù si rivolge ai suoi discepoli, visto che nel Primo Testamento è riservato da Dio soltanto ad Abramo e a Mosè (cfr. per Abramo Is 41,8; 2Cr 20,7; per Mosè Es 33,11). Entrambi i personaggi hanno ricevuto l’incarico di eseguire ordini speciali del Signore, e hanno potuto comunicare con Lui quasi ‘faccia a faccia’, per venire a conoscenza del suo disegno. Tuttavia, il titolo di ‘amici’ trova un allargamento della cerchia a coloro che vivono con la Sapienza (Sap 7,27ss). Nel v. 15 Gesù dichiara i suoi discepoli ‘amici’, e identifica il segno dell’amicizia con essi nel fatto di aver rivelato loro i suoi segreti più intimi, cioè quanto ha udito dal Padre. Eppure l’espressione giovannea è ancora più forte, perché introduce un ‘tutto’ («tutto quanto ho udito dal Padre»). L’espressione è audace, ma designa l’audacia della stessa esistenza cristiana, e cioè la pretesa di essere introdotti pienamente nel mistero di Dio, di quella conoscenza del Nome di cui Gesù ci ha fatto partecipi (cfr. Gv 17,26). 5. Io ho scelto voi Dopo averli chiamati amici ricorda poi loro che tale amicizia affonda le sue radici non in alcune loro particolari qualità, ma solo nel sua misteriosa scelta nei loro confronti: «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (v. 16). Il versetto sottolinea l’iniziativa di Gesù nei confronti dei discepoli, analoga a quella che la tradizione deuteronomistica riferisce a proposito di YHWH verso Israele (cfr. Dt 7,7-8). Qui elezione ed amicizia si incontrano, sicché il termine phíloi, amici, trascende il legame di amicizia che si instaura solitamente tra due persone, grazie alla loro scelta reciproca. Nell’amicizia di Cristo per noi la sua iniziativa resta prioritaria e trascendente. Potremmo dire che se Gesù ci dichiara ‘suoi amici’, non si presenta semplicemente come il nostro amico, non è riducibile a questa categoria. Peraltro ricordiamo come, nei sinottici, i suoi detrattori lo chiamino ‘amico dei pubblicani e delle prostitute’. E come l’elezione di Israele non era un privilegio i cui benefici Israele potesse godere in proprio, senza diventare tramite della benedizione delle genti, così l’elezione dei discepoli ha un intrinseco senso missionario. Ecco allora il riferimento al frutto che essi devono portare, riferimento che riaggancia il discorso al tema della vite e dei tralci, ma anche al compito missionario dei discepoli (cfr. Gv 4,35ss.). Il v. 16b parla di uno ‘stabilire’ (títhêmi) che ha un certo sapore di investitura, di compito ufficialmente conferito. Questo compito si traduce in un ‘andare’, che può suggerire un invio in territori lontani. Ciò è in armonia con quanto Gesù chiede per i suoi discepoli e per coloro che, grazie alla loro parola, crederanno in lui (cfr. Gv 17,20). Peraltro vi è un’interpretazione diversa da quella appena esposta e orientante il tema del frutto in senso missionario: il portare frutto va riferito alla vita discepolare e, in particolare, al reciproco amore fraterno. Infine riappare – come in Gv 15,7 – il tema della preghiera nel nome di Gesù, preghiera alla quale viene promesso l’esaudimento («perché tutto quello che chiedere al Padre nel mio nome, ve lo conceda»). Questa ripresa del tema della preghiera nel nome di Gesù conferma la prospet- 4 tiva del testo, che supera i confini della comunità e accentua il significato missionario; così è già in Gv 14,12-13, dove la domanda e l’esaudimento della preghiera riguardano le opere più grandi. Queste opere vanno intese, in definitiva, come la riunione dei figli di Dio per la gloria del Padre. E in Gv 15,7-8 vi è il collegamento tra la preghiera dei credenti e il frutto che glorifica il Padre; ebbene, la parentela che si nota tra i due testi invita ad avvicinare il frutto alle ‘opere più grandi’. Possiamo concludere che il frutto che Gesù si attende dai suoi amici è l’irradiamento nel mondo della fede e dell’amore, per la gioia del Padre, il Vignaiolo, gioia che diventa poi del Figlio e viene partecipata ai discepoli.