Auguri dalla Scuola dell’Infanzia e Primaria di S. Croce

20 Dicembre 2018 – Teatro di S. Croce: Auguri Natalizi dei Bambini della Scuola dell’Infanzia S. Croce e della Scuola Primaria di S. Croce. Grazie a tutti, alle Insegnanti, alle Rappresentanti Genitori di entrambe le Scuole e alla generosità di Babbo Natale. Buon Natale a tutti!

I bambini della scuola primaria hanno messo in scena, ben diretti dalle loro brave insegnanti, “L’Annunciata di Spino. Leggenda artistica” scritta da Pasino Locatelli  nel 1867.

Una storia che parla di due innamorati Giacomo di Santa Croce e Marina, la più bella ragazza di Spino, e del loro amore osteggiato soprattutto da Paolo, fratello di lei. Alla fine, dopo avvincenti e drammatiche peripezie,  l’amore trionferà per intervento del pittore Francesco di Simone che donerà alla chiesa di Spino al Brembo il quadro raffigurante l’Annunciazione che aveva dipinto per la sua parrocchia Santa Croce. (dopo la galleria fotografica potete leggere la versione integrale).

Nel racconto l’autore confonde Francesco di Simone (vero autore dell’opera)  con Francesco Rizzo; Questo è spiegabile dal momento ch fino agli studi del Ludwig del 1903 “ C. Ludwig, Archivalische Beiträge zur Geschìchte der Venezianiscken Malerei. Die Bergamasken in Venedig, in “Jahrbuch der königlich Preussischen Kunstsammlungen”, pp. 2-23, appendice al XXIV vol., Berlino, si pensava che i pittori di Santa Croce fossero solo due Francesco e Girolamo. Il Ludwig dimostrò che i Francesco di Santa Croce erano ben tre Francesco di Simone, Francesco Rizzo (autore della pala della nostra Chiesa) e Francesco di Girolamo.

Ricordo che i pittori di Santa Croce sono:
Francesco di Simone
Francesco Rizzo
Vincenzo Galizzi
Giovanni Galizzi
Girolamo da Santacroce
Francesco di Girolamo
Pietro Palo da Santacroce

L’Annunziata di Spino.Leggenda artistica

di P. Locatelli, Illustri Bergamaschi, Bergamo 1867


Pasino Locatelli insegnante di italiano presso il Liceo Classico Paolo Sarpi di Bergamo, giornalista, ma soprattutto studioso di storia e arte locale
A chi s’inerpica su per le più remote vette delle due maggiori valli della provincia Bergamasca, le quali hanno nome dai fiumi Serio e Brembo, che le percorrono, non è rado avvenga incontrarsi in egregi lavori d’arte quasi dimenticati in quelle solitudini alpestri. A Dossena per via d’esempio, troviamo una piccola pinacoteca, illustrata dai pennelli di Paolo, di Rubens, di Palma il Vecchio, di Bonifazio Bembo, o Tintoretto. Serina, patria dello stesso Palma, possiede molti lavori di lui; e fin su a Fondra, in quell’ermo e quasi desolato villaggio, c’imbattiamo in un dipinto di Benvenuto Garofolo. Non è gran tempo, che le cime del Misma erano decorate da un’Assunta del Morone, portata poi a Cenate a piedi della montagna. Sull’Albenza stanno tuttora altre pitture del Morone, e in Olera un’ancona grande di Cima da Conegliano. Ma più numerose ancora veggonsi le opere di questi artefici, che, rimasti più paesani, lavorano specialmente nell’ambito del suolo natale, i Gavazzi, il Talpino, il Cavagna, il Ceresa, pittori ed i Fantoni, che de’ loro intagli in legno e delle sculture in marmo quasi adornarono tutte le chiese della provincia. E’ una vera consolazione trovarsi innanzi si preziosi monumenti, quando l’animo per le bellezze della natura sentesi più aperto o disposto a gustare quelle dell’arte. Le pievi montanare riconoscono quei possessi dalla pietà de’ fedeli ed attesi dalle più agiate condizioni economiche. Le speciali industrie, che fiorirono un tempo in que’ luoghi, in causa di altre vie aperte e d’altri sbocchi, mano mano vennero poscia mancando. Dopo che la Provincia Bergamasca lassù alla Repubblica Veneta non pochi di quegli abitatori, industriosi ed intraprendenti per indole, recavansi alla dominante e vi faceano ricchissime fortune. Per la qual cosa non era rado, che di la spedissero doni al paesello nativo, che consistevano in lasciti per cappellanie ed opere di beneficenza, od in oggetti preziosi a decoro della chiesa. Questa è la origine più comune dell’ospitalità data a si buon numero di lavori artistici, non escluso, che alcuni pervenissero fin lassù per altro speciale motivo. Infatti nella parrocchiale di Spino, in Valle Brembana, avvi una tavola di Francesco Rizzo da Santa Croce, la cui esistenza in quel luogo appoggiasi una particolare leggenda, certo non priva di interesse. Udii parlarne, recatomi a visitare quella pittura veramente stupenda, e mi si fece credere che potessero esistere documenti comprovanti quanto leggenda medesima è tramandato. Ho fatto ricerche per vederli, ma riuscirono inutili. Avverto quindi il lettore, che quanto sto per narrare, se non è storia scritta e comprovata, è tradizione popolare venuta fino a noi passando per le bocche di que’ montanari.

Spino e Santa Croce sono due villaggi di Valle Brembana inferiore a mezzodì fra loro confinanti. Alpestri ambedue, hanno loro speciale ricchezza nei boschi e ne’ pascoli, che sui declivi delle meno alte giogaie fiancheggianti il Brembo vanno degradando ed intersecandosi talvolta con campicelli lavorati a grano. Spino diede nome e culla ed una delle più distinte famiglie del patriziato Bergamasco, fra i cui membri conta Pietro, il biografo di Bartolomeo Colleoni. Santa Croce vanta Francesco Rizzo e Gerolamo di Santa Croce confusi sotto l’omonimo della terra natale; e la famiglia da cui nacque in Bergamo Giampaolo Cavagna, altro pittore illustre del decimosesto secolo. La Valle Brembana, innanzi passasse colla città capoluogo e colla restante provincia sotto il dominio veneto (ciò che avveniva nel 1428) era stata essa pure lacerata da turbolenti fazioni, che scoppiavano spesso in lotte civili, in persecuzioni e vendette atroci. L’abitatore della montagna, conscio di sua robusta costituzione, dotato ad un tempo di intelletto sottile e di tenace volontà.. appena le occasioni si offrono, è più vigorosamente portato a far uso spavaldo di sue forze e di sua inclinazione a predominare colla violenza. Gli uomini di tal carattere, che nel dialetto bergamasco si designarono col nome di Buli vennero dalla montagna. Quando i partiti Guelfo e Ghibellino laceravano Bergamo, non meno angustiavano e sconvolgevano gli abitatori del contado e delle cullate. Gli avanzi de’ castellotti che su pei greppiin capo a burroni, sul ciglio di strade e passaggi veggonsi tuttora, sono l’istoria viva e parlata dei trascorsi secoli. Chi figge lo sguardo in essi, formata dai pruni, dall’edera e dalle ruine, legge un’epigrafe, in cui è detto: Nostra difesa era l’offesa. Avvenuto il passaggio dall’instabile dominio dei duchi di Milano a quello fermo e previdente della repubblica di S. Marco, le guerre di paese a paese, eredità di due secoli anteriori, cessarono. Esse però aveano lasciato dietro sè uno spirito riottoso e battagliero, che se non prorompeva ancora in lotte e combattimenti formali, quali in cosi gran numero ci lasciò descritti nel suo Chronicon Bergomense il Castello Castelli, stampato dal Muratori nella sua grande opera degli Scriptores Rerum Italicarum, sfogavansi ove potevano e come potevano. Nell’anno 1443 furono celebri le risolutive disposizioni date dal Governo veneto contro gli abitatori di Brembilla, piccola valle che diramasi dalla madre Brembana, ed è rinserrata fra alte e nude rocce. Quivi il sito orrido e da natura strenuamente difeso offriva occasione e fomite alle resistenze contro chi dal di fuori di quel propugnacolo voleva imporre sue volontà. il padre Celestino toglie da Andrea Cato la relazione di quel terribile fatto; ed essa ci legge al vol. I. lib. 7 cap. XXIII della Storia Quadripartita di Bergamo (1). Quei valligiani, di parte Ghibellina, indomiti contro i duchi di Milano, prima contro la Repubblica Veneta, poscia, armata mano venivano talvolta minacciando fino alle mura della città. Ai primi di gennaio di detto anno 1443, per concerti presi fra li chiarissimi Rettori di Bergamo ed il Senato di Venezia, col pretesto di un censimento, che si voleva fare, vennero chiamati alla città gli uomini più potenti ed influenti di Valle Brembilla, e, sostenutili, fu intimato a tutta la popolazione di sgombrare entro tre giorni colle loro robe, pena la vita. Passato il termine prefisso, la Serenissima mandò a mettere a sacco ed a fuoco le otto Contrade della Valle ed a distruggere il formidabile castello di Monte Ubione e la Rocca di Casa eminente. Cosi gli abitatori si dispersero ad Almenno, Romano, Treviglio, Covo, Antegnate, Fontanella, Badano, Ghiara d’Adda, Lodi, dando probabilmente origine a tutti i casati Brembilla, che trovansi sparsi nella Lombardia.

Questo terribile esempio valse sicuramente a sedare gli umori, ed ove, come già osservammo, sussistevano ancora alcune rivalità, dibattevansi in canino limitato, e non erano che sfoghi parziali, non per partiti politici, ma piuttosto in causa di interessi e gelosie locali. La Valle Brembana anca tre distinte divisioni: la parte oltre la Goggia, o guglia, con Piazza; la Valle Brembana superiore, o Valserina, con Serina; la Valle Brembana inferiore, con Zogno, per capitali. Ciascuna di queste tre regioni teneva un Vicario con giurisdizione criminale e contenziosa fino a determinata somma, il quale dovea essere cittadino bergamasco eletto dal Consiglio della città. Spino e S. Croce, villaggi, come già si è indicato, di Valle Brembana inferiore, aveano statuiti alla meglio certi patti e convenzioni pei diritti di pascolo sopra territorio, o di comune proprietà, o posto a confine dei due Comuni. Sia però che detti patti tessero troppo imperfettamente formulati, sia che la privata avidità volentieri li violasse, frequenti erano le contestazioni, le liti, ed anco i disordini e le baruffe.

Il 1504 fu anno in cui sembra, che gli animi si fossero più inveleniti; e quanto prima si faceva, o per incuria, lasciando vagabondare le mandrie o per semplice scopo di godersi il pascolo e le legne del confinante, dopo anco si commetteva a bella posta per sfregio dell’una, o dell’altra parte interessata. Si composero mediazioni ed arbitramenti; persone autorevoli ed il Vicario stesso, residente a Zogno cercavano d’impedire che abitanti dell’uno o dell’altro Comune venissero a rissa fra loro, usando i pugni, i bastoni, nè rade volte anco le coltella; ma quasi sempre era opera inefficace e mal riuscita.
In Spino viveva tal Giordano, uomo facoltoso benché semplice mandriano, il quale avea da natura carattere assai puntiglioso e rissoso. A’ propri servigi teneva un compaesano, che per la sua ben formata ed aitante persona, pei capelli lunghi e la lunga barba era notato a dito fra i giovani di Spino e de’ circostanti villaggi, pure assai bene provvisti di gioventù robusta ed avvenente. Giordano avea caro il famiglio, siccome quello che assai bene s’accordava all’indole sua ed era capace di tenere a rispetto chiunque. L’avea quindi aiutato a togliersi dall’umile condizione di servo per diventare anch’esso proprietario di un piccolo gregge di pecore e capre, che conduceva a pascolo unitamente a quelle del suo vecchio padrone. Paolo, che cosi si nominava costui, avea una sorella, dalla madre a lui caldamente raccomandata perché la invigilasse, la custodisse, la soccorresse. La buona donna negli estremi avea potuto benedire i buoi due figli e fra i singulti della morte riaffidare all’amore fraterno di Paolo la sorella minore Marina, pregandolo, che vivesse calmo, moderasse gl’impeti del carattere e non frequentasse le taverne. Paolo promise tutto e di cuore, perché questo non avea cattivo. Ma dopo alquanto tempo si scordò e la raccomandazione e le promesse. All’epoca della tosatura delle pecore ed alla vendita degli agnelli quando intascava qualche denaro visitava assai volontieri le osterie, che incontrava sul suo cammino, o che andava appositamente a cercare. Quivi, con certi compagnoni, discorreva di molte cose, ma specialmente di pascoli e di confini. Gli animi si rinfocolavano si attizzavano le ire. Del che Paolo, meno d’ogn’altro, sentiva bisogno.
Intanto Marina tutta sola rimaneva nell’avita casuccia, o capanna, che sorgeva alquanto discosta da Spino sopra il margine d’un ripido e verdeggiante praticello. Essa filava quant’era lungo il giorno e guidava a brucar l’erbe alcune poche sue caprette ed agnello, che, se si fosse maritata, sarebbero state l’unica dote, che poteva condur seco in casa lo sposo.
Paolo, dal curar poco la sorella passò quasi a trascurarla affatto, causa gl’impegni, che lo conducevano per non brevi giorni sulle cime delle più alte montagne col greggio, e causa i poco assegnati dispendi suoi particolari, che non gli concedevano di somministrare il sufficiente denaro alta fanciulla pel governo della casa. Ella di sovente vedevasi costretta mantenersi alla meglio col proprio lavoro; e, senza anima che propriamente avesse cura d’amarla, viveva quieta e mesta, come le si leggeva sul volto. Marina era bellissima fanciulla, come assicura la fama. Taglia snella ed elegante, capelli biondo dorati e fluenti, naso profilato ed un poco aquilino, gote sparse di vivaci colori, che ad ogni tratto le divenian di porpora, occhi grandi, castani e soavi
Un dì la fanciulla, allontanatasi più del consueto da casa per pascolare le sue capre su per certi greppi, fu sorpresa da un gran temporale. Ella e le sue bestiuole fedeli a balzar giù per li pendii allo scopo di raggiungere il noto abituro. Correndo così, s’abbattè in un giovine, che aiutolla a cacciare innanzi il piccolo gregge, che per l’infuriare del vento e lo scrosciar della piova s’era intimidito e minacciava sbandarsi. Era tale il rumore della bufera, il buio improvviso del cielo e lo spesseggiare del lampo e del tuono, che Marina accettò il soccorso del giovine sconosciuto senza quasi porre attenzione ad esso. Toccata finalmente la soglia della casuccia, fu dentro al riparo, scuotendosi dalle lunghe e scompigliate chiome e dalle vesti l’acqua, che l’avea tutta fradicia. Ansante, e ridendo un colai poco, sedè sopra un rozzo trespolo; e il giovine, che l’avea seguita fin là, fece lo stesso non discosto da lei.
Allora la ragazza cominciò a ringraziare il compagno; e, guardandolo, s’accorse, che era giovine e assai belloccio. Il temporale infuriava, infuriava ancora al di fuori. Il luogo era piuttosto buio, ma di tratto in tratto rischiaravasi allo spesseggiare dei lampi. All’improvviso una luce più viva e scintillante precedette un cosi forte scoppio di tuono, che Marina dal suo sedile involontariamente si gettò presso l’ospite suo. Fu un moto involontario, di cui ella non s’accorse. Ma quando la fanciulla, tornata in sè dallo spavento, volle scostarsi dal garzone, s’accorse, che questi la teneva stretta fra le braccia, e ne provò una sensazione ignota affatto a lei ed impossibile a descriversi. Rossa tutta come una melagrana, si diede ad accudire alle sue caprette ed alle sue agnelle, che in un angolo dell’affumicata cameruccia aveano la loro greppia, mentre il giovine le narrava dell’esser suo, le diceva che era da S. Croce, che s’era recato a Zogno, donde ora ritornava diretto al proprio villaggio. La pastorella ascoltava quelle notizie con interesse e cercava mano mano averle più compite colle più ingenue domande, alle quali il di lei ospite non tardava a dare le più gentili risposte. Ma il temporale s’era calmato ed il giovine montanaro si recò sull’uscio, disponendosi alla partenza. Marina lo seguì. La pioggia era quasi cessata e benché il vento facesse ancora violentemente piegare le cime più elevate degli alberi, un raggio vivissimo di luce diffondevasi dalle nubi diradate e tutte orlate di porpora e d’oro a tramontana. I due giovani, guardando fuori, videro la cima d’un noce altissimo e secolare squarciata e penzolante fra i rami più bassi della pianta. Era stato il fulmine, quello stesso che scoppiando, avea tanto spaventata Marina. Quando questa si vide sola, poichè l’altro, dopo averla colla voce e cogli occhi salutata, erasi allontanato, senti forse per la prima volta la crudeltà di quel suo isolamento. Ed alla sua volta il giovine, durante il cammino per giungere a casa, non sapeva allontanar dalla mente l’occorsagli avventura e la immagine della fanciulla, che involontariamente avea avuta fra le sue braccia, ed alla quale in fine non avea saputo dire una sola di quelle parole, che a migliaia ora pareva gli piovessero in cuore. Erano passati non pochi giorni, anzi alcuni mesi quando Paolo, il fratello di Marina, che trovavasi allora ad abitare nella propria casa, volle condurre la ragazza all’Ambria, una frazione di Spino, a piedi  del dosso, ove è situato il villaggio e proprio alle sponde del Brembo. Paolo avea grande ambizione di farsi vedere con lei, e consolavasi tutto sentendo susurrarsi all’intorno costoro due sono il più bel fratello e la più bella sorella dell’intera vallata.
A Paolo pareva allora voler più bene a Marina, e rammentavasi delle raccomandazioni della madre, e pensava seriamente ad un collocamento della sorella, ma con uomo, come ripeteva anco a lei stessa, che fosse degno d’esserle marito. Era un dì di festa quello in cui, come dissi, la condusse all’Ambria. Avea egli indossato gli abiti migliori, che davano risalto alla sua poderosa figura. Portava un giustacuore, che non affatto si conformava alla condizione sua di pecoraio, ma le lunghe uose di lana bianca, che gli coprivano tutta la gamba ed un poco eziandio della coscia, erano caratteristici indumenti del suo mestiere, quali li veggiamo usati anche oggidì dai pastori delle valli bergamasche. Quel giorno s’era accomodato alquanto i lunghi ricci della chioma, che, come la barba, tirava al rosso, od al colore di rame lambito. Portava egli con una propria aria da bulo la testa alta; testa spiccata per lineamenti grandiosi, per un bel naso aquilino e due occhi neri di fuoco. La Marina, poveretta, non assumeva nè punto, nè poco di quel fare del fratello. Gli camminava a lato modesta e graziosa, sicché l’antitesi facea tanto più risaltare le qualità opposte dei due giovani. Anche Marina era vestita alla meglio chè a ciò specialmente avea cura il fratello; ed alla gonnella, ereditata dalla madre, era stata fatta aggiunta di alcuni agrimani, che destavano qualche gelosia fra le fanciulle del villaggio, e qualche osservazione fra le più attempate, siccome fregi che non s’addicevano all’umile condizione di chi li portava.
Paolo, dopo avere passeggiato qua e là salutali lo amici e conoscenti, entrò finalmente in un’osteria, ove trovò chi invitavalo a giuocare. Marina stette seduta alcun tempo ad un canto della tavola e presso il fratello, ma poi annoiatasi, e sentendo dispiacere che questi tenesse troppo a lungo le carte in mano, si fece ad una porticciuola, che metteva ad un orto dell’osteria. L’animo suo era agitato. Poc’anzi passeggiando pel villaggio, avea incontrato il giovine del temporale. Senza saperne il motivo, il sangue le si era rimescolato tutto. Il giovine l’avea guardata con cent’occhi, che a lei sembrava volessero esprimere molte e molte cose. Sentiva, che se ella in quel giorno, avesse dovuto ritornarsene a casa senza rivederlo una volta ancora, ne sarebbe stata molto dispiacente e malcontenta. In questi pensieri, un giovine, scavalcando il basso muricciuolo dell’orto, che fiancheggiava una ciottolosa viuzza, si accosta a Marina e le offre un mazzetto di violaciocche, fiori ai contadini prediletti. E chi l’offriva era lo stesso, cui la fanciulla cosi vivamente avea diretto i suoi desideri. Ella accettò il dono, facendosi di scarlatto. Scambiatesi alcune parole, Marina si fece coraggio di chiedere al donatore il proprio nome. – Io mi chiamo Giacomo, rispose prontamente il garzone. – Ed io Marina, soggiunse la fanciulla, sorridendo ed abbassando gli occhi. – Quando vi potrò rivedere? – Non so. Mio fratello è disceso con parte del gregge e si fermerà in paese forse per parecchi giorni. – Verrò lo stesso a vedervi domenica e sentirò la messa grande alla vostra chiesa.

Intanto Paolo avea posto fine al giuoco, e, visto che la sorella parlava con un uomo, chiese chi fosse, e gli fu risposto, che era di Santa Croce, figlio di un boscaiuolo, che sua madre filava lana e che apparteneva a famiglia dabbene ed a sufficienza fornita per vivere onoratamente.
Santa Croce! Il nome di quel paese a Paolo dette subito al naso. In quel dì stesso Giordano, il padron suo, lo avea informato di certa giustizia sommaria esercitata da alcuni di Santa Croce contro un pecoraio di Spino. Tuttavia non fece motto alla sorella del giovine con cui la vide a colloquio, simulando non averci fatta attenzione. Non amava venire a discussioni e sentivisi alieno dall’assumere impegni di consigliero e di padre, essendo anzi suo speciale desiderio di togliersi d’attorno ogni responsabilità ed ogni cura.
Ma Marina da quei pochi momenti passati all’Ambria con Giacomo si sentiva un’altra, e respirava come non aveva mai respirato: parlava a sè ed agli altri, come le pareva non avere parlato mai. Contava i giorni. contava le ore ed i minuti, ansiosa che venisse la domenica.
Spuntò finalmente il sole desiderato. Marina sul sacrato della chiesa spiccava in mezzo ad un crocchio di assai avvenenti montanare, e stava con esse conversando. Da ogni parte uomini e donne, vecchi e fanciulli si indirizzavano alla chiesa, e le campane suonavano a distesa, invitando i fedeli. Marina però pareva inquieta. Guarda a destra, guarda a sinistra, finalmente vede a spuntare colui, che ella così ansiosamente attendeva. I due giovani si salutarono cogli occhi; e Giacomo si senti una contentezza da non esprimersi, veggendo sul seno di Marina il ramoscello di violaciocche, appassito si, ma pure conservato dalla fanciulla.
Tornò egli la successiva domenica e l’altra ancora: ma quel vedersi e salutarsi appena cogli occhi, una volta di otto in otto giorni, era troppa pena pei due innamorati. Giacomo quindi bazzicava a Spino anche ne’ dì feriali, e colto una volta il destro per parlare a Marina, non passava poi giorno, che con più o meno agio non s’intrattenesse con lei.
Paolo non ne sapeva nulla dapprima, anco per le consuete assenze da casa; più tardi sospettò qualche cosa, specialmente un giorno, che discendendo da un monte, sull’opposta china, cui era diretto, parvegli riconoscere la sorella, che stava favellando con un uomo. Ma a Paolo, che aveva scordato il giovane di Santa Croce veduto all’Ambria, non importava gran fatto, che la fanciulla facesse all’amore. A lui anzi sarebbe riuscito uno sgravio poterla collocare, e vivere cosi senza alcun vincolo, all’occorrenza anco lontano dal paese natio, in cerca di miglior fortuna. Ma all’amoroso di sua sorella cominciò solo a pensare con certa ansietà, allorquando gli fu mormorato all’orecchio che era quello di Santa Croce già veduto altra volta scambiare parole con Marina nell’osteria dell’Ambria. Il padrone Giordano gli toccò anch’esso quel tasto, per soggiungergli, che ove s’imparentasse con uno di quel Comune non avrebbe più potuto vivere in piena fiducia con lui. Queste parole s’aggrupparono sul cuore di Paolo, nè si potean sciogliere. Un dì tenne apposito discorso colla sorella, la quale sorpresa ed intimorita, si fece a negare. Ella, così ingenua e sincera, per virtù, o dirò meglio, per vizio d’amore, imparava a mentire!… Paolo, corrucciato, la lasciò minacciandola dell’ira sua, ove ciò, che aveva udito, fosse stato vero.
Accadde, che un mandriano di Spino veniva arrestato in fragrante, che estirpava i termini di un pascolo; reato contemplato nei capitoli di un vecchio Statuto della Valle. Mandato in prigione il colpevole e sequestratogli il gregge, era la causa portata innanzi al Vicario della Valle, al di qua della Goggia, residente in Zogno, il quale, a termini dello Statuto medesimo, condannava il mandriano a dieci lire imperiali d’ammenda, per metà devolute a beneficio dei poveri della Valle, e per metà al proprietario danneggiato, oltre l’obbligo di rimettere i termini:  in loco et statum, ubi erant ante  ipsam extirpationem.
L’uomo messo in carcere era povero ed aveva numerosissima famiglia. Il curato di Spino disse in chiesa il bisogno di portargli soccorso, imperocchè, udendosi egli piangere e gridare intorno quelle creature e quella moglie desolata, e dovendo aiutarle del proprio, sentiva più al vivo lo zelo di suscitare negli altri la carità del prossimo. Siccome poi l’arrestato era recidivo, ed anch’esso contavasi fra le persone propense ad accattar briglie, così si minacciava volerlo tradurre a Bergamo, ove più difficile sarebbe stato poterlo in breve liberare. Quelli di Santa Croce non avevano mancato di far sentire al signor Vicario il bisogno di usar rigore contro i contraventori dei patti e gli attaccabrighe, nel tempo stesso, che alcuni di Spino procuravano di mettere in mala vista i propri vicini. Ma il sigor Vicario, come è chiaro, nella gravità del caso intendeva dimostrarsi imparziale. Intanto le esortazioni del signor curato produssero il loro buon effetto, in quanto che alla compassione verso la moglie ed i figli del carcerato e multato, aggiungevasi lo spirito di parte, che avrebbe a ciascuno fatto incontrare qualsiasi sacrifizio, purchè gli avversari non potessero vantarsi di avere avuta soddisfazione di sorta. Giordano fra’ primi concorse all’offerta per mettere insieme le dieci lire imperiali, ed anche perorò fra compaesani, affinché imitassero il di lui esempio. All’uopo servivasi anche di Paolo, il quale, mostrando molto calore in quell’ufficio gli occorse sentirsi dire da alcuno: 
– Bada, che tu, tanto accerrimo contro quelli di Santa Croce, ti lasci svolazzare intorno un merlotto di quelle parti!… Ohe! Paolo, que’ di Santa Croce l’hanno, sai, specialmente con te; e dicono e millantano che non fai loro paura, e che anzi hanno fissato di darti al più presto una lezione coi fiocchi! 
– Queste parole mettevano a soqquadro l’animo di Paolo; specialmente le prime riferibili a Giacomo, amante di sua sorella. Non andò guarì, che non solo vennero raccolte le dieci lire, ma qualche cosa di sopravvanzo per riparare ai danni che il mandriano aveva potuto risentire ne’ giorni della prigionia.
Il signor Vicario mandò un suo cancelliere ad assistere in persona all’atto, col quale dovevasi sborsare il denaro, e rimettere per mano del colpevole i termini al luogo di prima. Pertanto col detto cancelliere parecchi degli Anziani ed un Console di quei di Spino recavansi a Santa Croce. Giordano era del numero. Con grande formalità fu fatta la distribuzione del denaro, presente ed accettante il danneggiato, poscia in comitiva, accresciuta da gran numero di curiosi, recaronsi al luogo, ove era stato commesso il reato, e dal colpevole furono reintegrati i segni di confine fra le due proprietà. Ad aiutarlo in cosiffatta operazione v’era Paolo, che volle vedere anch’esso e seguire Giordano, il padron suo, coll’intenzione anco di tenere, al bisogno, in riserbo chiunque avesse osato muovere motto di scherno, o far villania a quelli di sua parte. Finita la cerimonia, mentre il mandriano scarcerato, saltellando, correva a riabbracciare la propria famiglia, lieto d’averla scampata senza alcun suo scapito, vi fu chi propose di recarsi in compagnia a berne un fiasco in segno di riconciliazione e dì pace.
Il pensiero di ciò venne ad un giovine, che aveva assistito a quella funzione. Chi fosse, ve lo spiega la smania di lui di comporre quelle ire, che potevano riuscire un gravissimo ostacolo al compimento de’ propri più ardenti voti. Era desso Giacomo, che, fatta accogliere ai giovani d’animo più facile ed aperto la profferta, l’ottenne quasi unanimamente applaudita ed accettata. Entrarono tutti in un’osteria in capo al villaggio di Santa Croce. Era essa situata ai fianchi della via maestra, la quale però non era che un dirupato sentiero, in luogo ameno, con una bella spianata d’innanzi, che terminando ad un margine coronato di castani, giù per un pendio roccioso, metteva al Brembo, le cui onde udivansi mugghiare intorno ai macigni del letto. L’oste spillò del migliore, e s’incominciò a cioncare allegramente. Paolo però e Giordano, bevendo, si tenevano in riserbo, ed alcuni di Santa Croce mormoravano, perché quei due facessero così scopertamente il sornione. Giacomo, che notò la cosa, incoraggito da quel po’ di vino che gli era passato per la gola, e sperando ingraziarsi alquanto il fratello di Marina, s’accostò a lui con una ciottola, e gli domandò, col miglior garbo possibile, se non volesse bere in compagnia. Paolo si trovò imbarazzato ma, visto, che molti occhi erano sopra di lui, con piglio di malumore, e mormorando qualche indistinta parola, bevve dalla ciottola, e subito la restituì, rivolgendo bruscamente le spalle a Giacomo. Il quale mortificato si ritirò, mentre un indiscreto o maligno a bassa voce diceva a Paolo: 
– Non v’è che dire, quel marzocco ti fa il muso dolce per tirarti dalla sua, e diventare al carnevale tuo cognato. 
– Queste parole, pronunziate, a quel che pare, da persona, che andava, meno di qualunque altra a garbo di colui, al quale erano dirette, produssero l’effetto della scintilla, che fa scoppiare la mina.
Paolo alzò il pugno e lo vibrò contro chi l’aveva apostrofato: ma questi parò il colpo con un salto laterale; e Paolo, che pel vino avea già un poco perduto il centro di gravità, non poté trattenere che colpisse un giovane di Santa Croce, pigliandolo proprio nel bel mezzo del naso. ll colpito, garzone vigoroso e nerboruto, rispose, aggrappando di slancio pel collo il suo percussore, che, divincolandosi, cadde a terra insieme coll’altro. Accorsero molti e li divisero, ambedue lordi di sangue. Paolo s’alzò come una furia, e cominciò a provocare tutti, che gli stavano intorno, e specialmente ad insultare atrocemente cinque o sei amici del montanaro da lui percosso, e che gli si erano serrati intorno in aria di minaccia. Dato di piglio ad un suo lungo e nodoso bastone, che aveva deposto mentre beveva, cominciò a menarlo a molinello, tenendosi chiunque a rispettosa distanza. Fu allora che s’intesero parecchie voci gridare: 
– Dai, ammazza. Ha ferito Carletto, ha adoperato il falcetto.
Ciò che non era vero; ma il sangue che grondava dal naso al giovane, che aveva ricevuto il poderoso pugno, facea fare quella supposizione. Molti veduto che le cose s’impigliavano seriamente, ritiravansi, altri invece accorrevano sul luogo  e, fatta ressa all’intorno, le mani non poterono più stare a casa, molto più che quei di Spino erano venuti in soccorso di Paolo, e, circondandolo, cercavano fargli scudo. Nacque quindi in breve un parapiglia orribile, in cui chi riceveva e chi somministrava. Alcuni degli Anziani tentarono intromettersi, ma era opera vana. Giordano invece dava il brutto esempio di incitare i suoi conterrieri. Ma quei di Spino, siccome in numero minore, vedeansi costretti a rinculare, prendendo il largo, mentre Paolo era sempre più minacciato. Giacomo in tali frangenti avea anch’egli cercato calmare, avea pregato, avea lottato perfino allo scopo di difendere il fratello dell’amante, che vedeva ridotto a cattivo partito. Ma costui non avea ascoltato, né ascoltava che gl’impeti del suo furore, e seguiva a menare in giro il bastone, imprecando, ingiuriando e sfidando tutti i suoi avversari non meno inveleniti e furibondi.
Cominciarono a volare alcune pietre. Allora fu un generale diradamento fra i presenti. L’osteria si chiuse e l’oste strillava, le femmine ed i fanciulli si udivano dentro gridare e piangere, che pareva il finimondo. Intanto i sassi venivano a colpire alcuno. Paolo anch’esso ne scagliava dei più grossi che gli capitavano tra mano sicchè a certi colpi sembrava l’Ajace Telamone d’Omero…. Ma improvvisamente egli vacilla; fa alcuni passi brancolando a guisa di cieco, e finalmente stramazza al suolo…. 
– Che è stato?  
– Fermatevi, al nome di Dio, grida la voce stentorea del curato di Santa Croce, accorrendo sul luogo del combattimento, mentre avea dato ordine al sacrestano di suonare la campana a stormo, fermatevi, cani, assassini del vostro prossimo…. Vedete che n’è caduto uno, che non dà più segno di vita. 
– Gesù Maria! Correte per l’acqua santa.  Accendete due candele.  Venite a vedere gli effetti delle vostre male operazioni. In cosi dire, piegatosi sopra Paolo, gli ponea la destra sulla fronte, e gli palpava le mani ed il cuore.
La tempesta de’ sassi era cessata. Paolo giaceva disteso quanti era lungo, immobile, meno un ansare affannoso e concitato del petto. Le carni di lui incominciarono a diventar livide; indi a poco a poco di un bianco cereo; le pupille avea semichiuse, la bocca aperta; una sola goccia di sangue gli usciva da una delle tempie. Mentre il prete lo esaminava, e replicava l’atto di tastargli il polso ed il cuore, scuoteva il capo guardando in alto. Molti eransi fatti d’intorno; nessuno più fiatava; solo l’eco ripercotea per le valli i rintocchi della campana a stormo.
In quel punto s’avanzava sulla strada ed a cavallo di un mulo un uomo d’età ancor fresca, d’aspetto assai piacevole, con mustacchi e pizzo, ed un bizzarro berretto in capo. Avanti al mulo da lui cavalcato ne andava un altro, sulla cui groppa era adagiato un ampio arnese, che avea forma d’una tavola, quadrangolare, con cura ricoperta da una tela bianca prima, ed al di sopra da un drappo verde. Un villanello conduceva per la cavezza il primo mulo, portando nel tempo stesso sulle spalle un fardello, una valigia. Costui, per ingannare la propria stanchezza, pungeva e malediceva alla lentezza della bestia.
L’uomo a cavallo guardava anzioso d’attorno, e andava ripetendo 
– Che vuol dir mai questo suono di campana. Ehi tu buona donna, ditemi, che è avvenuto? 
E la buona donna, una di quelle comari per cosa di ben più lieve momento metterebbero colle loro meraviglie ed esagerazioni tutto il mondo sossopra, cacciandosi le mani ne’ capegli, e continuando il suo passo affrettato e scomposto, rispose con voce strillante: 
– È rimasto morto sul colpo  Oh! è già freddo! ed il signor curato ha un bel benedirlo coll’acqua santa! L’anima è al suo destino. Ecco a che conduce il fare il bulo. Povera la sua sorella, quando avrà la notizia.
E con questo dire s’era allontanata, prendendo una scorciatoia giù pel declivio della montagna. Cosi il nuovo arrivato ne sapeva quanto prima. Ma avvicinatosi al luogo, ove era successa la catastrofe, si accorse dall’accozzaglia di persone in cerchio, di che trattava. Affrettò anch’egli, il più che era possibile, il passo della stracca cavalcatura, e dall’alta groppa di questa poté finalmente scorgere un uomo supino in terra, il quale, se di tratto in tratto non fosse stato scosso dal moto di un soffocato singulto, si sarebbe giudicato cadavere. Ma nella miseranda attitudine lo stesso avea qualche cosa di singolare di attraente. Quella barba, que’ lunghi e inanellati capelli, che, scompigliatamente sparsi sulla fronte, riversavansi nella polvere, quelle membra torose, ma ad un tempo assai bene proporzionate, colpirono il forestiero. Egli lo contemplava immobile e con qualche più fissa e diretta intenzione, che non potea venire soltanto da curiosità e da compassione.
Il sole era al tramonto. Gettando esso di mezzo alle più alte vette delle circostanti montagne un vivo saggio purpureo, producea quei magici effetti d’ombre e di luce, di sbattimenti e gradazioni di tinte vaporose, che si vedono, ma non si descrivono, nè si dipingono. La figura del morente e il gruppo dei circostanti parevano tutti investiti da una zona d’oro, quasi si trattasse del transito di un santo, o di un eroe, caduto per qualche impresa magnanima.
Il curato diceva le ultime preghiere ritto in piede e colle palme giunte, mentre alcuni degli astanti s’erano inginocchiati, e tutti stavano in attitudine silenziosa e di raccoglimento. Al forestiero, che continuava a fissare gli occhi sull’uomo caduto, parve allora che questi alzasse un istante le palpebre, e lo guardasse colla pupilla velata e compassionevole. Fu forse un’illusione di lui, che dopo spesso ricordava per la grande impressione che gli avea lasciata. Ma siccome egli desiderava toccare la meta del suo viaggio, che era Santa Croce, da cui pochi passi soltanto era lontano, spronò di nuovo la mula e si rimise in cammino. E con lui venivano parecchie delle persone che si trovavano intorno a Paolo, alle quali il forastiero salutando, porgea la mano e chiedeva notizie sul triste fatto avvenuto. Ai pochi, che prima favellavano col nostro pellegrino, altri se ne aggiunsero; e vi fu chi gli chiedeva se avesse già compito il lavoro promesso, chi si congratulava e chi correva innanzi a portarne avviso al villaggio. Per cui, quando il viaggiatore giunse alle prime case, vide uscire dalle porte, affacciarsi alle finestre persone a lui note, che gli faceano dimostrazioni di festa e gli davano il benvenuto. Egli andò difilato alla abitazione del Pievano, e, spalancata la porta, ebbe cura che la mula, carica dell’oggetto, che sopra abbiamo indicalo, entrasse senza urtare negli stipiti. Dopo di che la porta stessa si chiuse; il forestiero rimase dentro; chi l’aveva accompagnato si disperse.
Al luogo ove era successo il conflitto e la conseguente morte di Paolo, altra scena si presentava. Alcuni giovani di Santa Croce, aiutando altri di Spino, aveano tagliati alcuni grossi e lunghi rami di castagno, e ne aveano formata una specie di rozza bara, sulla quale trasportare il cadavere. Quivi si metteva in pratica la massima già cantata dal poeta: Oltre il rogo non vive ira nemica.
Sulla barella dunque improvvisata fu adagiato il corpo di Paolo e si prese la via per Spino. Penzolavano le braccia, penzolava il capo, ed era uno spettacolo miserando, che tutti avea resi muti e meditabondi. Il cammino fu difficile in causa del peso e delle viuzze strette e malagevoli, che si dovean battere; per cui la notizia della morte di Paolo precorse l’arrivo della di lui salma. In Spino si cominciò necessariamente a fare commenti, a chiedere rammaricarsi, a mormorare, ed anco ad imprecare. Mentre il cadavere, giunto nel villaggio, era recato alla chiesa, parecchi giovani, uniti in crocchio sul sagrato, giuravano già di vendicarlo.
Alla casa di Marina, perché alquanto discosta, fosse perchè nessuno ne avea avuto il coraggio, la grave e dolorosa novella non era per anco pervenuta. La fanciulla, com’era solita, sull’imbrunire erasi diretta alla chiesa. Ma siccome aveva speranza, che Giacomo venisse a salutarla dopo essere stato cogli altri alla formalità dei segnali di confine ricollocati, s’era portata fino ad un certo bivio di sentieruzzi ove i due amanti si vedevano spesso e si parlavano. Attese fino a che l’ombre si erano sparse su per le cime più elevate: poscia, dolente di avere aspettato indarno, con passo frettoloso si recò alla chiesa.
Il caso e la notte tolsero, che mano pietosa le impedisse di accostarsi a quel luogo. Alcuni cerei ardevano nel mezzo e gettavano una fioca luce sopra una specie di cataletto coperto di panno nero. Marina, maravigliata, confusa, affrettata anco dalla curiosità di conoscere ciò che di strano le pareva vedersi d’intorno in quella sera, si portò ove ardevano i ceri, e sul panno nero vide disteso un uomo. Fece ancora un passo ed un grido acutissimo risuonò per la volta del tempio. La fanciulla stava per cadere tramortita, quando due braccia pietose la raccolsero e la sostennero. Erano quelle di Giacomo. Recatosi questi alla casa di Marina e non trovatala, si era avviato anch’esso verso la chiesa in cerca di lei. Suo pensiero era stato di prepararla ad udire la disgrazia, caso non la conoscesse ancora, e di darle quel maggiore conforto, che gli sarebbe riuscito ove già ne fosse informata.
Mentre Giacomo cercava trascinare fuori della chiesa la fanciulla cosi svenuta, parecchie persone gli si erano fatte vicine. Riconosciutolo, Marina fu tosto e bruscamente levata dalle braccia di lui e ricoverata nell’attigua abitazione del Curato. Giacomo tentò seguire quelli che lo aveano privato di cosi dolce peso, ma fu respinto; anzi si vide in brevi, circondato da una mano di furibondi, che lo ricoprivano d’insulti e di minaccie. L’amore può render audaci e coraggiosi talvolta, ma talvolta anche timidi e riguardosi. Giacomo, che senza essere amico di attaccar brighe, avrebbe al caso saputo far valere le proprie ragioni, volle usare prudenza e siccome era nato uno strano moto di persone che uscivano ed entravano nelle case, di finestre, che si chiudevano e si aprivano, di voci che domandavano e rispondevano, di turni che apparivano e disparivano, cosi a certo luogo, ed in certo momento propizio, diede una svolta improvvisa, e giù per un viottolo si trovò al sicuro da tutte quelle per lui incomprensibili minaccia.
– Io non ho offeso alcuno, dicea tra sé, e perché tanti insulti e tante provocazioni? E che ne sarà di Marina? Ma ella fu portata in casa il signor Curato e speriamo ivi trovi conforto nella sua disgrazia.  Però l’abbandonarla cosi, ora, e nel più vivo dell’affanno, non è prova del bene grandissimo che le voglio! Dunque torniamo a quella volta, vediamo di parlare a qualcheduno e di conoscere cosa è successo, cosa si pensa, cosa si desidera al caso da me per mostrare le mie oneste e ferme intenzioni.
Ciò risoluto, cercò riaccostarsi all’abitazione del Curato per altra via; ma capannelle di paesani sparsi per ogni dove lo persuasero, che ogni tentativo era ornai inutile. 
– Io vorrei, continuava ancora fra se, vorrei pure farmi ammazzare, come è oggi avvenuto a Paolo, ma il pensiero che quella povera fanciulla finirebbe col restare sola al mondo, senza un’anima, che veramente l’ami di cuore, mi obbliga a riserbarmi a lei; si, tutto intero a lei. E dopo avere girovagato per quelle circostanze, finalmente ad ora tarda e pieno di disperazione nell’animo si ridusse a casa.
La mattina successiva in Santa Croce, ma assai più in Spino, si faceva un gran mormorare intorno al caso il di innanzi successo. Dall’una e dall’altra parte si elevavano accuse; e come succede in momenti, in cui le passioni sono più vive e prossime alle cause che le produssero, o le riattizzarono, quei di Spino chiamavano rei del grave disordine quelli di Santa Croce, e quelli di Santa Croce, a più ragione, quelli di Spino. Giordano. che sentivasi vivamente punto per la morte di Paolo, menava gran rumore nel suo Comune; mentre il corpo degli anziani domandava, che si prendesse, serii provvedimenti contro i colpevoli, e ne aveva in proposito informato il signor Vicario.
I più latini del villaggio convenivano anco in casa il pecoraio Giordano, e vi si determinava, che ove non fosse fatta pronta giustizia legale, si dovesse farne una clamorosa e sommaria da lasciare un buon ricordo ai vicini.
Intanto a Zogno era giunta notizia del fallo occorso. Il signor Vicario in persona, trattandosi di caso criminale, s’era subito partito per assumere le informazioni ed anco per provvedere, affinché altri disordini non nascessero, conoscendo bene l’indole e le ruggini di quelle popolazioni. Visitato il cadavere di Paolo, e constatato, che un colpo di grossa pietra ai polsi l’avea istantaneamente fatto cadavere, si ascoltarono testimoni. Ma chi deponeva erano persone male informate e la più parte peggio disposte. Era fin dalla sera incominciata a circolare la voce che Giacomo avesse avuto parte principale nella rissa. Alla prima altre mille supposizioni si aggiunsero. Si cominciò a perfidiare sul fatto, che esso era stato il primo a proporre di recarsi a bere all’osteria; poi, sapendosi che egli faceva all’amore con Marina, si volle credere e persuadere, che avesse ruggini, perché Paolo gliela aveva nettamente rifiutata. In queste diceria non era estraneo Giordano, e la sua parola, come di uomo a sufficienza facoltoso, era autorevole.
Fra questi umori, Giacomo, sempre ansioso di conoscere che fosse avvenuto della sua amante, non avea potuto resistere alla tentazione di ritornare a Spino. Ed egli vi giunse al momento in cui la sua compartecipazione al luttuoso fatto del dì innanzi era stata dipinta al signor Vicario nientemeno che come indizio certo, che il colpo, che uccideva Paolo, fosse partito dalle mani di lui. Le donne ne facevano un battibecco straordinario, compiangendo e lodando alle stelle l’estinto, biasimando ed inveendo contro la sorella vana e civetta, causa della successa sciagura. Ma, ben s’intende, che di tutto ciò Giacomo era completamente ignaro. Però egli, evitando di entrare nel villaggio, volle portarsi alla casa della fanciulla, avendo qualche fiducia di quivi rivederla, o di trovarvi almeno alcuno, che gli potesse dare qualche informazione. Ma trovò vuota e deserta la casa. Dopo avere chiamata più volte la fanciulla, dopo essersi seduto sopra una pietra, che era fuori accanto alla casa di lei, dubbioso di che facesse, inconscio di cosa aspettasse, s’alzò risoluto per recarsi dal curato e aver notizie di Marina. Entrato appena in paese, si vede venir incontro una mano di persone, che pongonsi a svillaneggiarlo senza alcun ritegno. Domanda che sia; ma coloro incalzano e gridano 
– Tu devi venire innanzi all’eccellentissimo signor Vicario di pace e giustizia. Le dirà lui le ragioni; e la frega di fare il prepotente, lui penserà a cacciartela di dosso. E cosi dicendo lo circondano, senza che a Giacomo non resti altro miglior partito, che di lasciarsi condurre da quei furiosi. Quando fu davanti al Vicario, le grida e le imprecazioni s’andarono facendo tanto forti e minacciose, che nessuno più udiva, nessuno più ascoltava. Erano un due o trecento forsennati, che a squarciagola ed a modo loro esprimevano le proprie opinioni. Il signor Vicario, che pare fosse uomo avveduto, ma non tanto vigoroso ed eloquente da dominare il tumulto, credette opportuno far subito condurre altrove colui, che vedeva segno agli sdegni universali. E, detto, fatto: i famigli, che avea seco il Vicario, stringono i polsi e le gambe con corde a Giacomo, allibito ed incapace di far udire le proprie discolpe; e giù, fra gli urli che rintronavano, fu spinto per la via verso Zogno.
Al corpo di Paolo furono fatti maggiori onori, che non avrebbe certo ricevuti, se egli si fosse morto di morte naturale. Almeno ebbe un concorso grande de’ suoi compaesani a recitare un requiem sulla sua fossa, che all’uso de’ tempi gli veniva scavata sul sagrato della chiesa; e Giordano fece a sue spese celebrare alcune messe in suffragio dell’anima del defunto. Ma che era avvenuto di Marina? Appena essa seppe della cattura di Giacomo e della imputazione che gli era fatta, fuori di sé dal dolore, fuggi dalla casa del Curato per correre sulla strada verso Zogno, raggiungere l’amante e domandargli se era vero lui averle ucciso il fratello. Ma il Curato avea una Perpetua, poichè dall’istante che nacquero i curati sbucaron fuori per necessario, legittimo corollario anche le Perpetue. Quella dunque, che apparteneva al reverendo di Spino, accortasi della fuga, chiamò ed avvertì il padrone, chiamò e sguinzagliò il Sacrista, fece insomma lauto chiasso, che la fanciulla fu subito raggiunta e ricondotta in casa, e chiusa in una camera, sola, come fosse in un carcere.
E quivi ella passò alcuni giorni nell’amarezza più profonda e desolata. Ella né mangiava, né dormiva. Non faceva che piangere e domandare pietà. Ma poca ne aveva di lei la serva del Curato, incaricata della custodia e del governo di quella sciagurata; la quale, perché amante di Giacomo, che si diceva uccisore di Paolo, era quasi ritenuta compartecipe e rea del misfatto. Ciò che più tormentava Marina era il sentire continuamente quelle accuse, vaghe, senza spiegazione, senza fondamento.
Però a liberare la tapina da quella dolorosa situazione concorse la decisa volontà del padrone di casa, il quale era persona, che ad ogni ombra di maggior dispendio sentiva un cruccio, che gli rodeva la vita. 
– Infine, diceva egli alla fantesca, che colle mani sui fianchi lo rimproverava di male comportarsi in quelle turbolenze che scompigliavano il villaggio, anzi l’intera vallata: infine nessun debito mi incombe di mantenere io tutti coloro, che malamente si conducono e cadono in imbrogli. Quando si fosse trattato di alcuni giorni, transeat, ma qui andiamo alle calende greche. Giacomo è stato condotto a Bergamo innanzi la Curia criminale. Io debbo mantenere costei non solo, ma pensare anco a quella sua catapecchia, sicché la Cattina, quando ha accudito alle pecore ed alle capre viene poi a riempiere quella sua scodellaccia a casa mia. La pieve di Spino non è quella di Zogno, molto meno poi un benefizio di S. Maria Maggiore in Bergamo. Io ho cercato ed ho finalmente trovato un ripiego. Nessuno mi potrà far rimprovero, anzi sono certo della approvazione di chi nelle cose sa veder giusto e ragionar meglio, che non fate voi.
Il ripiego era il seguente. Una zia vecchia di Marina andrebbe ad abitare con lei ed a custodirla. Il Curato avea fatte le relative pratiche ed era riuscito, quantunque la serva, sempre indettala dalle più pettegole comari, mettesse innanzi difficoltà e cercasse protrarre quell’uffizio di carceriera; che non gli riusciva sgradito. Marina fu ricondotta nella casa paterna dalla zia, la quale era una buona donna e di cuore nel fondo, ma ad un tempo bisbetica, ignorante e piena di superstizioni. Quando la fanciulla rivide la propria casa, le sue caprette, i suoi prati, si senti alquanto racconsolata e le parve che le forze tornassero all’affranto suo corpo. Ma la tormentava però incessantemente il dolore della perdita del fratello, e l’accusa, insopportabile al suo cuore, che Giacomo potesse avere colpa nella morte di quello, come tutti continuavano a ripetere.
Di ciò ella non si sarebbe persuasa mai. 
– Se l’anima della stessa mia madre, diceva Marina spesso, mi comparisse e mi assicurasse di quello che dicono tutti, io sarei costretta a non credere neppure a lei. 
– Però quando poté riprendere fiato, quando ebbe coraggio di recarsi a recitare anche essa una prece sulla fossa di Paolo, decise di volere ad ogni costo venire in chiaro della cosa. Ma come riuscire? Chi ne sapeva più di quanto tutti asserivano e nessuno provava? Una sera, che trovò la zia con lei più buona ed affabile del solito, condusse il discorso intorno ai casi di Santa Croce, e la vecchia, in vena di chiacchierare e commossa anco dalle preghiere e dal pianto della nipote, le espose minutamente il fatto, come almeno l’avea anch’essa sentito narrare. Dalla quale esposizione, che potevasi dire a sufficienza genuina ed esatta, Marina fini di persuadersi, che nessuna parte riprovevole Giacomo aveva avuto in quel fatto; che Paolo era caduto, ma per tutt’altra mano, che per quella del giovine, che ella amava. Esternatasi in questo senso, Maria, che tale era il nome della zia, se ne scandalezzò e rimproverò aspramente la fanciulla, perché si mostrasse cosi ostinata contro il parere dell’intero villaggio e del signor Vicario medesimo, il quale, sentiti bene i testimoni, aveva dovuto far subito arrestare il colpevole. 
– E tutto ciò, continuava Maria, tutto ciò in causa di quell’amore, che è stato la rovina della tua famiglia.
Tu dovresti temere, che l’anima di Paolo non ti comparisse a castigarti di tanta ostinazione. In paese si racconta già che da alcune notti una lucida fiammella dal sagrato muove su per la montagna e poscia, giunta in cima, gira, gira, gira come fosse un naspo, lasciando una striscia, che somiglia una striscia di sangue. Si racconta pure, che giù al ponte sul Brembo a mezza notte si vede un’ombra lunga, lunga, coi capelli ritti in capo, che salta su e giù dal ponte stesso, mandando acutissimi gridi. Questi sono cattivi segnali, e, figliuola mia, bisogna pensarci. Tale racconto fece rabbrividire Marina, che si rannicchiò poco dopo nel suo lettucciuolo colla febbre nelle ossa; e fra i sonni agitati di quella notte ebbe innanzi continue e spaventose immagini, che la facean trasalire ad ogni tratto e per poco balzare dal suo misero giaciglio. Intanto passavano i giorni e le settimane, e null’altro si sapeva del povero Giacomo, se non che egli da Zogno era stato tradotto a Bergamo. Quei di Santa Croce, che conoscevano e sostenevano Giacomo essere innocente, incominciarono a mormorare ed a menare gravi lagni pel di lui arresto. Anche qui gli spiriti erano caldi ed esagitati, sicché non mancavano di venir spesso a galla propositi di violenti riparazioni e vendette.
Il forestiero, che abbiamo veduto giungere da Santa Croce il dì della rissa, sentiva tutte quelle cose, e, disapprovandole, cercava di mettere olio sulla ferita. A lui non poteva uscire dall’animo quella occhiata mesta, che gli era sembrato gli rivolgesse Paolo morendo. Ed era tale e tanta l’impressione che non poteva quasi discredersi, che colui con quell’atto non lo avesse pregato d’alcuna cosa.
Un dì il forestiero, passeggiando a diporto pei quei monti, passò il confine del comune di Santa Croce ed entrò in sul tenere di Spino. Spintosi innanzi, e giunto in luogo assai alpino e remoto udì una voce flebile, che cantava una canzone col ritornello: “Le compagne mi schivano q mi sogghignano; ma io non faccio alcun male, se sono innamorata.”  Fatti alcuni passi scoverse una giovinetta, seduta sull’erba ai piedi di un noce, la quale, appena lo vide, cessò dal canto. Andatole vicino, si fermò a rimirare le fattezze bellissime della fanciulla, quantunque il lungo pianto le avesse segnato un solco plumbeo intorno le palpebre, e il continuo dolore avesse sfiorato alquanto il roseo di quelle incarnagioni, che avrebbero fatto invidia alla più delicata e cittadina patrizia. 
– Che fate? le chiese il forestiero. 
– Canto, perché mi sento stanca di piangere.
– Di piangere? E per qual motivo? 
– Ne ho mille, cioè ne ho due soli, ma che valgono per mille. Il primo è che ho perduto l’unico fratello che avevo; il secondo, che m’hanno messo in prigione l’amante, accusandolo d’avermi ucciso il fratello. Ma mentre l’una cosa è pur troppo vera, l’altra non è, no, lo giuro per la memoria di mia madre e di tutti i miei poveri morti. 
Mentre la fanciulla dicea col più appassionato accento queste parole, una delle sue capre, avvicinatasi, si pose a lambire la mano, che il forestiero teneva appoggiata al dorso. Tale atto della povera bestia pareva volesse accordarsi coi sensi pietosi espressi da Marina; e il signore, accarezzando la mansueta capretta, volle che la ragazza lo informasse di ogni cosa.
Il che fece ella diffatto, sospirando e piangendo, specialmente al nominare Paolo ed al ricordare che Giacomo e lei stessa accusavansi di tutti gli odii e di tutti i disordini successi e che poteano succedere nei due finitimi Comuni, per ciò solo che si amavano.
Il forestiero, confortata alla meglio Marina e promessole che sarebbe tornato a rivederla in breve s’allontanò. Ormai nel suo animo non restava più dubbio, che in tutte quelle dolorose vicende non vi fosse una parte a lui stesso destinata. In un attimo l’impressione ricevuta dall’occhiata moribonda del pastore caduto in rissa nella di lui mente si collegò con tutto ciò che sapeva e veniva a sapere colle persone interessate, col proprio cuore infine che avrebbe voluto trovar modo di calmare quelle ire, e di giovare a quella bella e così afflitta fanciulla. In tali fantasie rivolse il passo verso il villaggio di Spino, e, quivi giunto, si diresse alla chiesa ed entrò. Guardò a destra, guardò a sinistra, poi uscito, diè due risoluti colpi di martello alla porta del Curato. La fantesca da un finestrino domandò chi fosse, e l’altro rispose: Uno che ha a conferire col signor Curato. La fantesca alzò il saliscendo ed il nostro incognito fu in casa. Il Curato stava seduto ad un rozzo tavolino, sul quale erano alcune carte, certo libraccio sgualcito ed unto pel frequente uso, un calamaio di legno e dentrovi due lunghe e vecchie penne, sporche d’inchiostro fino alla metà e nel resto corrose dalle tignuole. Sullo stesso tavolo v’era anco il Breviario, salvaguardia consueta per togliere chi si sia dalla tentazione di supporre, che in ogni operazione ed occupazione il signor Curato non avesse in cima sempre i suoi doveri Spirituali. All’entrare del forestiero, quello si riscosse e s’affrettò a levarsi la berretta. L’altro, inchinatosi profondamente, gli chiese se potea soddisfarlo di una sua curiosità. 
– Mi comandi, e, se sarà nelle facoltà mie, risponderò, disse il Curato. 
– Esco or ora dalla chiesa di questa Pieve ed ho veduto certo spazio, ove dovrebbe essere collocato un dipinto. Chiedo se di detto dipinto è stata data l’ordinazione. 
– Che dice ella? Né è stata data, né si darà per un pezzo. Il Comune è povero, e questi terrezzani si malignano, si scaldano, si infuriano ed all’occorrenza sanno anche essere generosi, quando trattisi di puntigli e di liti loro proprie. Ma per onorare la Casa del Signore sono tutti più miserabili di Giobbe. Io stavo ora appunto sommando il dare e l’avere di un benefizio, che appena mi dà da mangiare, fatto calcolo delle decime, che si defraudano e dei bisognosi, che al Curato tocca soccorrere. Dunque in quanto al quadro è questione, che io non scioglierò mai, avessi a campare gli anni di Noè. Al caso ci penseranno i miei successori; ciò che auguro per l’onore del paese e per il decoro e la gloria della Casa di Dio. Ma chi è lei che s’interessa sapere tal cose? 
– lo sono Francesco Rizzo da Santa Croce 
– Ah! il pittore che da qualche anno è andato giù a Venezia per studiarvi l’arte sua? 
– Appunto, e che ora è tornato a rivedere i suoi monti, portando seco un lavoro, che non sembra indegno di qualche lode. Or bene questo lavoro era destinato alla chiesa del mio paese natio; ma se le basta il coraggio e la volontà di aiutarmi ricomporre queste discorrile vergognose fra Santa Croce e Spino io prometto, che la mia tavola dipinta verrà a stare nella di lei chiesa. 
– Oh! Francesco, esclamò allora il prete alzandosi, questa offerta è veramente degna di un pari vostro. Io non so se si possa sperare, io non so se si potrà riuscire con questi capi scarichi, con questi cani stizzosi. Ad ogni modo si tenterà. Ditemi che debbo fare, ed eccomi agli ordini vostri. 
– Innanzi tutto conviene procurare la liberazione di quel giovine, che ingiustamente è accusato dell’uccisione di Paolo: altrimenti i miei compaesani minacciano farne alcun’altra delle loro. Giacomo, commo si chiama l’arrestato, fu tradotto a Bergamo sulla fede di testimonianze, che non avevano fondamento di verità. Mi faccia dunque, signor Curato, una dichiarazione in questi sensi e penserò io a valermene con chi si deve.  
-Anch’io, a vero dire, suppongo, che quella risoluzione di menar via cosi in fretta, in furia Giacomo sia stato un passo poco meditato. Ma sapete, quando il popolo imbizzisce, le ragioni non valgono, colui ha commesso una grave imprudenza lasciandosi vedere qui in Spino proprio subito il giorno dopo.
– Questa al caso sarebbe una prova bella e buona, che sentiva di potervi venire, non avendo commesso cosa alcuna di male. Ma ora lasciamo questi riflessi. Ella mi stenda quella dichiarazione…
– Poichè conviene inoltre riflettere, che in faccende di tale natura non è nemmeno saggio opporsi a pieno a quello che tutti dicono e sostengono. Voi potete recarvi dal signor Vicario: egli vi ascolterà. Cercate che si venga meglio in chiaro di tutte le circostanze che accompagnarono quel fatto. Poi, se ripassate di Spino venite a dirmi i risultati delle vostre pratiche. lo intanto spargerò notizia delle lodevolissime vostre intenzioni circa il vostro quadro, e v’assicuro che saranno accolte con grandissimo piacere, e serviranno a calmare un poco questi bollori. Chi sa che voi non riusciate a fare meglio che non faccio io colle esortazioni, colle prediche, colla parola di Dio in mano, colla paura del peccato e dell’inferno che ne conseguita!
Così il prete tentava schermirsi dal rilasciar alcuna attestazione. Ed il motivo l’avea bene. Egli, per ragione specialmente delle decime, non volea compromettersi in un affare troppo appassionatamente giudicato dalla popolazione con cui aveva a vivere. Ma l’altro insistette tanto, che finalmente dové scrivere qualche riga di suo pugno, ove, in una specie di dialetto italianizzato, diceva, che il giudizio sulla morte di Paolo, a lui scrivente, sembrava incompleto, e che l’accusa contro Giacomo, più che a prove vere, supposizioni infondate e ad odii personali si appoggiava.
Francesco Rizzo, avuto in mano lo scritto, ringraziò e salutò il Curato e se ne usci frettoloso. In due salti fu a Zogno a conferire col Vicario. Questi, sebbene il processo fosse passato nelle mani della Curia criminale, non si rifiutò di prestarsi alle preghiere di Francesco, di assumere, cioè, ulteriori informazioni e di trasmetterle a Bergamo, raccomandando caldamente il carcerato, che tutta la vallata conosceva per giovine dabbene, e non mai per lo innanzi caduto in fallo.
Francesco Rizzo fu lieto anche di questo secondo successo; ma non gli bastava ancora. Da Zogno, con una cavalcatura datagli a prestito da un conoscente ed amico, si diresse alla volta della città, e quivi a tutt’uomo cercava protezioni e conoscenze per valersene a favore del giovine suo compaesano. Convien dire che Francesco, oltre quello del cuore, avea anco l’impulso di una nobile ambizione. 
– Se io riesco, diceva tra sé, a pacificare il mio villaggio, avrò un nome benedetto fra’ miei monti, ed anco la mia tavola dell’Annunciata acquisterà qualche maggior pregio e più facilmente sarò onorato d’ordinazioni nell’arte mia. Tanto è vero, che il bene, che si vuol fare agli altri, ha sempre un granello di bene che si brama portare anche sopra sé stessi. La carità, la beneficenza, le buone azioni in genere ponno talvolta avere giovamento dal vizio opposto, cioè l’egoismo. Il piacere, che si prova nel giovare altrui è già un benefizio prezioso, che procuriamo a noi medesimi.
Il pittore di Santa Croce s’aperse specialmente la via alla conoscenza di persone qualificate ed autorevoli, dando saggi dell’arte sua, che venivano giustamente commendati ed apprezzati. Fra gli altri lavori dipinse a tempera sul legno un trittico con figure a mezzane dimensioni. 
Da un lato un S. Stefano, dall’altro un S. Paolo, nel mezzo, che era lo spazio maggiore, la figura di S. Tommaso, che tocca Cristo al costato, con bei fondi a paesaggio, molte finitezze di accessori, gentile espressione di teste, dilicato ed armonico colorito. Preso seco l’improvvisato lavoro, si recò alla Curia criminale, e mostrollo ai giudici, dicendo, che ove l’innocenza di un suo compaesano, falsamente accusato, venisse riconosciuta, egli nella sala degli squittinii avrebbe appeso come memoria quella tavoletta.
Tali parole, il bello aspetto del pittore e la bellissima pittura disposero egregiamente animo degli Eccellentissimi della Curia. Oggi si fatti mezzi sarebbero impossibili, forse perfino ridicoli. Allora invece l’arte avea libero accesso anco nei penetrali di Temi; non già per sedurla, ma per commuoverla ed incitarla al solerte e scrupoloso adempimento delle gravi mansioni. Nel cuore intesso de’ curiali v’era un posticino serbato a qualche cosa di più gentile, che non siano i soli codici, le processure, i commentari. Ma passano i giorni, passano le notti, né messaggio, né messaggiero giungeva alla desolata Marina. Essa, solitaria sempre, dimenticata, sfuggita anzi dalle coetanee, non seppe che tardi, Giacomo essere stato tradotto a Bergamo. Fu questo un colpo cosi grave, cui non avrebbe potuto resistere, senza trovare un modo di alleviarlo. Nella sua mente balenarono allora parecchi progetti fra gli altri anche quello di fuggire da Spino per recarsi a Bergamo, e quivi conoscere meglio le cose, adoperarsi, pregare, vedere, se fosse possibile, il suo innamorato. Ma riflesso meglio, volle prima adottare il partito di portarsi a S. Croce, di gettarsi in braccio alla madre di Giacomo e sentire da lei qualche più precisa e consolante novella. Infatti un giorno, di buon mattino, per sentieri meno battuti si recò in quel Comune e fu in casa di Giacomo senza che alcuno l’avesse veduta e molto meno annunciata. Marina trovò l’autrice dei giorni di colui, che tanto amava, la quale tutta sola, in aspetto mesto ed addolorato, stava filando. La fanciulla senz’altro le si gettò a’ piedi, le baciò le ginocchia e scoprì il proprio nome. La buona vecchia non poté a meno di commuoversi e finì coll’accogliere la ragazza come fosse sua figlia. Intanto che l’una chiedeva e che l’altra esponeva ciò che sapea intorno al processo, intorno ai reciproci timori ed alle reciproche speranze, una voce di fuori domanda: 
– Si può venire?  
– Avanti, risponde la madre di Giacomo. Ed un uomo alto, nerboruto, affumicato e nero negli abiti e nella faccia si presenta sulla soglia. 
– Oh! Bortolo, dice la donna, da dove venite? Da Bergamo? Presto presto; avete notizie? 
– Altro che notizie, rispondea l’altro. Il signor Francesco mi manda espressamente a dirvi, che le cose prendono ottima piega, che i pericoli passano, che ha avuto paura grande, poiché si tratterebbe di una condanna a non so quanti anni di mare su di una galea! Ma il nostro Francesco è uomo dei rari. Egli ha fatto il diavolo, ha pensato al vostro Giacomo come vi avreste pensato voi. Partecipandovi queste cose egli però raccomanda caldamente che per ora le teniate segrete. Che bravo uomo! che bravo uomo! Figuratevi, egli a me pure ha fatto gran bene procurandomi delle ottime clientele, alle quali porterò d’ora innanzi il carbone almeno una volta ogni mese. Dovrò servire nientemeno che i conti Tassi, e casa Albano; spero poi poter in seguito essere onorato delle ordinazioni di casa Brembati, Solza ed Agosti: e vedrete che allora non vi sarà nella valle carbonaia più della mia nominata ed attiva
Il messo avrebbe continuato di questo passo, se le due donne, ansiose di altro, non l’avessero interrotto, tempestandolo di domande e se in quel frattempo non fosse giunto il boscaiuolo, padre di Giacomo che, udite anch’egli le buone notizie da Bergamo, ne pianse dalla consolazione. Ma il carbonaio soggiunse ancora, che il signor Francesco lo avea incaricato di portare le uguali nuove a certa fanciulla di Spino, e di dirle che Giacomo stava bene, che l’amava sempre, e che sperava di rivederla presto.
A queste parole Marina presente si senti mancare le gambe ed offuscarsi la vista, e dovette sedere, fatta bianca come un lenzuolo, e col sudore che le colava dalla fronte. La madre di Giacomo corse tosto a soccorrerla e disse al marito chi era quella fanciulla: sicché ambedue pregustarono la consolazione di prodigare le loro cure amorose alla medesima, come fosse, o dovesse, senza alcun dubbio diventare loro figlia.
Il padre e la madre di Giacomo e Marina si fecero scrupolo di mantenere il silenzio su quanto il pittore avea loro mandato a dire; per cui le voci corse, che il giovino imputato dell’uccisione di Paolo potesse essere condannato, non erano fondatamente smentite. Pareva anzi le confermassero certe mal celate soddisfazioni dei più calorosi partigiani di Spino, che davano molto al naso a quelli di Santa Croce. Quivi, specialmente i più giovani, non potevano soffrire la burbanza provocatrice dei loro confinanti, e molto meno che si parlasse di una condanna contro chi per mille testimonianze era ritenuto innocente affatto di quanto lo si accusava. Nel risultato del processo ormai comprendevasi anche un giudizio sopra le due fazioni; cioè, dichiarato Giacomo colpevole, era un trionfo per quelli di Spino; dichiarato innocente, una vittoria per quelli di Santa Croce. Ma visto portarsi così per le lunghe la decisione, e continuando ogni giorno dall’una parte e dall’altra le provocazioni, i più avventati proposero di trovarsi insieme in luogo e giorno stabilito, e definire un poco a loro modo tutte quelle quistioni. Si mandarono e si ricevettero incaricati ed araldi. Alla prossima domenica doveva avvenire il ritrovo.
Benché si fosse cercato di mantenere segreta la sfida, pure qualche cosa trapelò da quelli, che vi avean parte. Però nessuno pensava rimediarvi ed impedire. Ne dissero alcuna cosa i due Curati; quello di Santa Croce dissuadendo colle buone, quello di Spino trattando specialmente la tesi dal lato dell’interesse particolare, mostrando i danni materiali, le spese in caso di disgrazie o di prigionie, le turbazioni nei lavori ed impegni della agricoltura e della pastorizia. Ma poco effetto facevano queste argomentazioni. Da Zogno nessun provvedimento; degli anziani chi istigava, chi taceva; pochissimi cercavano mitigare gli animi.
Con si fatte disposizioni venne il dì stabilito.
Una buona mano di giovinotti dell’uno e dell’altro Comune, vestiti a festa, con certo piglio di braveria, con falcetti ed anco coltella, che più o meno nascondevano sotto gli abiti, s’avviò al luogo designato. I parenti, le madri, le mogli, che sapevano, o sospettavano, che s’andassero a fare, pregavano, scongiuravano e maledicevano anco agli uni ed agli altri. Ma i buli duri e via, cantando, per la loro impresa. Ma se da una parte i campioni dei due villaggi con si ostili intenzioni scostavansi dalle case loro, dall’altra giungeva frettoloso e pieno di letizia in viso quegli che avea promesso a sé stesso di metter pace e concordia fra quelle popolazioni. Costui, è inutile lo dica, era Francesco Rizzo.
Conduceva egli in sua compagnia un giovine pallido che mostrava i segni di una lunga sofferenza. Questi era Giacomo, Giacomo restituito a’ suoi monti, dopo essere stato dichiarato innocente, dopo che alcuni ricchi e pietosi cittadini, per opera specialmente del pittore Francesco gli aveano anca messo insieme certa somma di denaro per indennizzarlo dei giorni passati nello squallore del carcere.
Giacomo volò ad abbracciare suo padre e sua madre. Francesco poi, udito appena della sfida e della partenza a tal uopo dei giovani, convocò in piazza quel maggior numero di terrazzani che poté, annunciò la liberazione di Giacomo; disse che quei disordini dovevano ornai cessare, che il buon esempio doveva partire da quelli di Santa Croce, che essi peri primi doveano stendere la mano agli avversarii, anzi offrire loro caparra valevole a dimostrare, che per lo innanzi la pace non doveva più essere turbata.
– Io ho dipinta per voi un’Annunziazione che è riuscita a seconda de’ miei desiderii, continuava l’artista. Ebbene, io vi propongo di donarla allo chiesa di Spino. Questo oggetto sacro, posto in luogo sacro, dovrà mettere ritegno ad ognuno, e suoi, un voto, che ci guarirà tutti dalle gelosie, dall’inimicizie, dagli odii. Il progetto, di cui s’era già buccinata alcuna cosa, fu accettato ed applaudito; tanto più volontieri in quel momento, in quanto che gli animi stavano trepidanti per le nuove e più funeste disgrazie, che potevano succedere. Francesco non volle perdere tempo, e montato sopra un ronzino, lo spronò verso il luogo, dove i campioni dei due villaggi dovevano incontrarsi. Li trovò difatti che s’erano schierati gli uni di fronte agli altri, e che aveano cominciato a provocarsi a parole. Francesco risolutamente si spinse in mezzo ed intimò silenzio. Disse che Giacomo era libero; disse che quelle brutte ire dovevano amai avere un termine, e che Santa Croce voleva avere il vanto e la gloria del buon esempio. Tornassero quindi tutti alle loro case; egli li invitava invece per domani sul sagrato della chiesa di Spino. Le parole cosi assolute e risolute del pittore Francesco colpirono gli astanti. Quei di Santa Croce, adito che Giacomo era ritornato fra’ suoi, si sentirono disarmati e a due, a tre, a quattro presero per primi la via per alle case loro. Quelli di Spino con poterono tardare a seguire l’esempio e Francesco indirizzò anch’esso i suoi passi verso questo villaggio, ove conferì col signor Curato, e poté rilevare che a quel punto gli animi erano più curiosi che irritati ed ostili.
Spuntò l’aurora del dì successivo. Una fila di mandriani, caprai, pastori, carbonai di Santa Croce colla compagnia delle loro donne e dei loro figli prendeva il sassoso sentiero alla volta di Spino. Precedevano gli Anziani e con essi il Curato e Francesco Rizzo. Innanzi a tutti poi camminavano quattro uomini robusti, che, dandosi lo scambio portavano sulle spalle una tavola in legno diligentemente ricoperta e tutta bene raccomandata.
Giacomo stava al fianco di Francesco: e per le buone parole che aveva sentite da sua madre e da suo padre riferibili a Marina, era tutta gioia nell’animo.
Intanto, da Spino una comitiva di curiosi seguiva il Curato e gli Anziani che s’eran mossi ad incontrare quelli, che provenivano da Santa Croce. Il ritrovo fu cordiale per parte dei rispettivi rappresentanti. I due Curati si abbracciarono e si baciarono in fronte. La folla stava in riserbo, e quando giunsero tutti sul sagrato si fermarono, e fatto cerchio all’intorno, si depositò la tavola sopra un trespolo, che il Curato di Spino aveva fatto preventivamente apparecchiare. Levata la tela, la folla cominciò ad accalcarsi intorno, e chi si alzava in punta de’ piedi, chi saliva in groppa all’altro, chi spingeva, chi urtava, chi pregava per aver posto. E il posto fu fatto a tutti, quando mano mano si ritiravano quelli, che avevano veduto e contemplato a sufficienza. La tavola di Francesco Rizzo, più noto sotto il nome di Francesco da S. Croce, rappresentava come s’è già indicato, una Annunziazione dell’Angelo. Il pittore, con soave armonia di colori, verità e finitezza di parti, avea finto una camera con ampio verone aperto da un lato a doppio arco sostenuto da colonnetta. Al di fuori vedeasi la laguna, e più lunge una delle isolette di Venezia con chiesa e campanile. Sul davanzale giacea un vaso grande per ornamento con una pianta a forma sferica a guisa di riccio marino. A destra la Vergine genuflessa teneva con una mano un libro, stringeva l’altra sul petto.
Portava in capo un drappo bianco pittorescamente ripiegato o cadente sulla sinistra spalla. La veste era rossa con un manto celeste a fodera gialla sovrapposto. Il volto avea foggiato a si ineffabile soavità di grazia e di pudore, che nulla di meglio si sarebbe potuto immaginare. Accosto all’inginocchiatoio sul pavimento a mosaico saltellava un cardellino, forse a simboleggiare la quiete e la sicurezza di quella dimora. Di fronte alla Vergine vedevi giungere l’Angelo in atto di recarle il misterioso annunzio: Colla sinistra sporgeva il ramo del giglio, facendo colle tre dita spiegate l’atto della salutazione. Il messaggero divino era ricoperto da ampia veste bianco-cerulea legata alle reni, e il braccio destro, che, per la positura di fianco, intero si scorgeva, ascondevasi in leggier velo, poiché quivi tutto dovea essere modesto e virginale. Le ali dell’arcangelo tingevansi di un color verde cangiante: biondo, con capelli ricciuti e tenuti da un sottile legaccio, offriva un volto ricolmo di ideale e veramente serafica bellezza. Parlando a Maria, per delicatissimo concetto ei non la guardava, quasi non ne offendesse il pudore colla singolarissima novella. Dietro Maria miravasi l’alcova con colonnette di legno, ove stava scritto in alto: Gratia Plena; dal di fuori la colomba mandava raggi d’oro sopra l’Eletta fra le genti. (2)
La vista di cosi insigne pittura colpiva que’ montanari. Benché ignari dell’arte, ne sentivano però il potentissimo effetto. Tanta venustà ed umiltà di espressione penetrava i loro cuori, e trionfavano sopra di essi sentimenti nuovi di conciliazione e d’affetto. Quei di Spino pensavano con piacere indicibile, che quella pittura era destinata ad ornare il loro tempio: quelli di S. Croce in ricambio aveano in animo una certa compiacenza mista ad orgoglio, ricordando che quel dono essi stessi lo faceano. Si cominciò a scambiare qualche buona parola, l’esempio de’ maggiorenti valse egregiamente a viemmeglio disporre e rasserenare gli animi. Quando la tavola di Francesco fu portata in chiesa per esservi allogata, tutta quella popolazione entrò pure di conserva. Erano accese le candele, fumavano gli incensi ed i sacerdoti intuonarono l’inno di ringraziamento al Signore.
Fu allora una commozione generale ed un abbracciarsi reciproco. Benedetti dal Curato di Santa Croce, uscirono poscia tutti alla sepoltura di Paolo a giurare di smettere i rancori, di perdonare le offese e dimenticare il passato. Fra gli altri trovavisi pure Giordano, nel quale il più maraviglios cangiamento erasi effettuato.
Egli, chiamato a sè buon numero di persone dell’uno e dell’altro Comune, prometteva di non più fomentare, nè favorire questioni. Soggiunse, che in quel di avrebbe voluto bere nello stesso bicchiere co’ suoi passati nemici : ma timore che il vino potesse far uscire alcuno in parole inopportune, come già altre volte era successo, lo tratteneva. Egli invece prometteva distribuire un po’ di danaro ai poveri dei due villaggi, e dispensare le carni di alcuni agnelli, che avrebbe all’uopo uccisi, siccome caparra delle sue ferme risoluzioni.
Ma dov’era e che facea Marina in quel giorno fortunato e riparatore de’ sofferti guai? 
Ella pure era intervenuta alla funzione, conscia che Giacomo, liberato dal carcere, s’era restituito al paesello natale. Tornata più lieta in viso, quella mattina s’era pettinata e racconciati conte nei giorni festivi  ed erasi posta nella compagnia delle fanciulle di Spino. Queste la guardavano tuttavia alquanto in isbieco ma ella non badava a ciò: badava se fra la folla rivedesse il suo amante. E quale non fu la gioia della buona fanciulla quando, uscendo colle altre donne dalla chiesa dopo la cerimonia, lo scorse infatti, che l’attendeva in compagnia dello sconosciuto, dal quale si buone parole avea un giorno ricevute, seguite da fatti ben migliori di quanto essa avrebbe sperato! Il pittore prese per mano i due innamorati che si guardavano incapaci di proferire accento, e li condusse senz’altro alla sepoltura di Paolo, e volle che quivi si promettessero formalmente di divenire in breve compagni indivisibili l’uno dell’altro.
– Ed io lo giuro e di cuore, esclamava il giovine, poiché non ho timore d’offendere la memoria del povero defunto. lo adoro Marina, come volevo bene al di lei fratello; e nel giorno fatale, lo sa Dio, se non ho cercato di impedire l’orribile sciagura da cui fu colto.
Da quel punto le compagne di Marina dovettero ritornare cortesi con lei; e la zia Marta assicurò, che non si vedeva più la fiammella salire dal sagrato su per le pendici della montagna, né il fantasma saltare su e giù dal ponte sul Brembo, mandando acute strida.
Le benedizioni e le lodi che s’ebbe l’autore di quella cosi commovente e generale riconciliazione non sarebbe facile esprimerle. Ma mentre ognuno stava per restituirsi alle proprie case. Francesco annuncio la sua partenza per  Venezia.  
– Io tengo obbligo di eseguire altro lavoro in sostituzione di quello che abbiamo offerto alla chiesa di Spino. Laggiù ho la mia officina i miei modelli ed i miei maestri. Qui nulla mi resta a fare, dunque sovvengavi alcuna volta del vostro compatriota, e vivete felici.
Così detto, si fece largo fra la folla dei montanari che lo circondavano. Molti però di essi vollero accompagnarlo almeno per un tratto di via. Ma oltre Zogno, ringraziando e licenziando la comitiva, e spingendo gli sguardi su per le cime delle montagne natie, Francesco avea così commosso il cuore che gli occhi involontariamente gli si erano riempiti di lagrime.


(1) Andrea Cato o Gatto era di Brembilla e dovette anch’egli esulare pei suoi compaesani. Si stabilì a Romano, e poscia aprì a Bergamo scuola di umane lettere, illustrando la Patria come grammatico, come rettore e come giuri spreto.
(2) La tavola dell’Annunciazione é quale viene qui descritta e fino ad oggi stette nella chiesa di Spino. Essa porta segnato il nome: “Franciscus de Sancta Crice fecit 1504” Di questo dipinto nessuno degli storici fa cenno, nemmeno il Tassi. Ciò che devesi indubbiamente attribuire alla solitudine alpina, cui quella graziosissima opera venne condannata. Lo stato di conservazione é abbastanza lodevole; però  la tavola venne in mano, prima ad un goffo pittore, che vi aggiunse i quindici misteri relativi alla Vergine, imbrattando parte del fondo e del fregio, che circonda la pittura, poscia ad un restauratore, che la ritoccò qua e là pessimamente coprendo l’aureola d’oro intorno alle teste dell’Angelo e di Maria e togliendole cosi uno speciale e caratteristico distintivo di antichità.
L’Annunciazione oggi all’Accademia Carrara di Bergamo

Aggiungo: la tavola di Spino ora che scrivo è a Bergamo e la si vuol alienare. Sarebbe ben deploratine che l’Accademia Carrara si lasciasse sfuggire un acquisto insigne e prezioso ad un tempo  e come lavoro di pittor paesano, e come uno di quegli esemplari, ornai fatti rarissimi, innanzi ai quali gli studiosi hanno ciò che più si desidera, il concetto non soffocato della forma, lo spirito dalla materia.

Copia di Giuseppe Rillosi ora nella Chiesa di Spino