Uno sguardo che genera

 


INTRODUZIONE

 
La strada che non andava in nessun posto
Gianni Rodari, Favole al telefono (1962)
 

All’uscita del paese si dividevano tre strade: una andava verso il mare, la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perché l’aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva avuto la stessa risposta: 
– Quella strada Iì? Non va in nessun posto! È inutile camminarci. 
– E fin dove arriva? 
– Non arriva da nessuna parte. 
– Ma allora perché l’hanno fatta? 
– Ma non l’ha fatta nessuno, è sempre stata lì!
– Ma nessuno è mai andato a vedere? 
– Oh sei una bella testa dura! Se ti diciamo che non c’è niente da vedere … 
– Non potete saperlo se non ci siete stati mai. 
Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo “Martino Testadura”, ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto. 
Quando fu abbastanza grande da attraversare la strada senza dare la mano al nonno, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce, ma per fortuna non pioveva da un pezzo, così non c’erano pozzanghere; a destra e a sinistra si allungava una siepe ma ben presto cominciarono i boschi. I rami degli alberi si intrecciavano al di sopra della strada e formavano una galleria oscura e fresca nella quale penetrava solo qua e là qualche raggio di sole a far da fanale. Cammina e cammina. la galleria non finiva mai, la strada non finiva mai. A Martino dolevano i piedi e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane. 
– Dove c’è un cane c’è una casa – rifletté Martino – o perlomeno un uomo!
Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani, poi si ovviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora. 
– Vengo! Vengo! diceva Martino incuriosito. 
Finalmente il bosco cominciò a diradarsi, in alto riapparve il cielo e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello con tutte le porte e le finestre spalancate e il fumo usciva da tutti i comignoli e da un balcone una bellissima signora salutava con la mano e gridava allegramente: 
– Avanti! Avanti, Martino Testadura! 
– Toh! – si rallegrò Martino – io non sapevo che sarei arrivato, ma lei si! 
Spinse il cancello, attraversò il parco ed entrò nel salone del castello in tempo per fare l’inchino alla bella signora che scendeva dallo scalone. Era bella! E vestita anche meglio delle fate, delle principesse e in più era proprio allegra e rideva. 
– Allora non ci hai creduto! 
– A che cosa? 
– Alla storia della strada che non andava in nessun posto. 
– Era troppo stupida e secondo me ci sono anche più posti che strade! 
– Certo! Basta aver voglia di muoversi! Ora vieni ti farò visitare il castello. 
C’erano più di cento saloni zeppi di tesori d’ogni genere, come quei castelli delle favole dove dormono le belle addormentate o dove gli orchi ammassano le loro ricchezze. C’erano diamanti pietre preziose, oro, argento e ogni momento la bella signora diceva: 
– Prendi! Prendi quello che vuoi! Ti presterò un carretto per portare il peso. Figuratevi se Martino si fece pregare! Il carretto era ben pieno quando egli ripartì. A cassetta sedeva il cane che era un cane ammaestrato e sapeva reggere le briglie e abbaiare ai cavalli quando sonnecchiavano e uscivano di strada. In paese, dove l’avevan già dato per morto, Martino Testadura fu accolto con grande sorpresa. Il cane scaricò in piazza tutti i suoi tesori, dimenò due volte la coda in segno di saluto, rimontò a cassetta e via, in una nuvola di polvere! Martino fece grandi regali a tutti, amici e nemici e dovette raccontare cento volte la sua avventura e ogni volta che finiva, qualcuno correva a casa a prendere carretto e cavallo e si precipitava giù per lo strada che non andava in nessun posto. 
Ma quella sera stessa tornarono uno dopo l’altro con la faccia lunga così per il dispetto: lo strada per loro finiva in mezzo al bosco, contro un fitto muro d’alberi, in un mare di spine, Non c’era più né cancello, né castello, né bella signora perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova e il primo era stato Martino Testadura.

 
Quest’anno, apro la lettera pastorale con una storia per bambini, di un autore particolarmente votato a loro: Gianni Rodari. Le storie di Rodari hanno un non so che di parabolico: le fantasiose dinamiche che le caratterizzano aprono alle considerazioni più diverse e stimolano pensieri di volta in volta inediti e sorprendenti. Per questo non intendo commentarla, piuttosto sottolineare alcune immagini tra le tante del racconto.

La prima è quella della via, una via misteriosa attorno alla quale si sviluppa un paradossale dialogo che invece di quietare, alimenta la curiosità e il desiderio di Martino.

La seconda è quella del castello al quale giunge attraversando un fitto bosco: tenacia e fiducia sostengono la ricerca e aprano occhi e cuore alla sorpresa che riempie di gioia e di ricchezza.

La terza è quella del paese e dei suoi abitanti: da un verso Martino si rivela generoso e non trattiene per sé il tesoro, dall’altro i compaesani non riusciranno a percorrere la sua strada con gli stessi esiti perché: “certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova”.

Sono suggestioni per incominciare un discorso affascinante che ha come tema la dimensione vocazionale della vita.

 

PRIMA PARTE

Il Sinodo dei Vescovi
Il Santo Padre ha convocato per le prossime settimane un Sinodo che pone all’attenzione della Chiesa i giovani nella loro singolarità e condizione. Il cammino di preparazione è stato molto articolato e condiviso. La nostra Diocesi intende percorrerlo in tre tappe: nel 2017-2018, ci siamo messi in ascolto dei giovani e della parola che Dio ci rivolge in loro e attraverso loro; nel 2019- 2020, raccoglieremo le indicazioni offerte dal Sinodo. Nel corso di quest’anno pastorale (2018-2019), concentreremo lo nostra attenzione sulla dimensione vocazionale della vita.
 

La proposta triennale
La proposta triennale è scandita da tre immagini: quelle del “cuore che ascolta“, dello “sguardo che genera” e della “voce che invia“. Da qui il titolo della Lettera.  

Non si tratta di una scansione temporale, quanto di dimensioni che la comunità cristiana è chiamata a rappresentare continuamente, con la chiara consapevolezza che questi orientamenti riguardano innanzi tutto lei stessa. È la comunità che si pone in ascolto dei giovani, che si interroga e interpreta le loro attese e provocazioni, che genera con loro speranze di vita, che comunica il dono e la responsabilità del Vangelo vivente. In questo senso, la Lettera è rivolta alla comunità cristiana nel suo insieme.
 
 La dimensione vocazionale
Durante lo Messa crismale di quest’anno, annunciavo cosi questa seconda dimensione:  

“E infine, vorrei inserire in questo orizzonte pasquale anche la prossima lettera pastorale. Una lettera che, partendo da quella dell’ascolto – una comunità in ascolto delle giovani generazioni -, voglia mettere all’attenzione dell’intera comunità cristiana la dimensione della ‘vocazione’. Desidero che tutti quanti percepiscano cosa significhi questa parola, che per molti ormai è insignificante, è completamente scomparsa dall’orizzonte esistenziale” (F. BESCHI, OMELIA DEL 29 MARZO 2018). 

 
Il lavoro compiuto lo scorso anno è stato intenso da parte di molti e attuato in maniere diverse. L’ascolto e il riconoscimento dei giovani cui siamo stati chiamati, ha generato gioia, l’unica capace di evangelizzare realmente tutto e tutti. Se non riusciamo ad essere grati per ciò che vediamo e abbiamo, non andremo molto lontano. Non riusciremo mai a sentirci chiamati e a generare a nostra volta.
Ora il percorso continua, confermato da un’esperienza speciale vissuta da centinaia di giovani della nostra Diocesi: il cammino condiviso, da Ortona che custodisce le reliquie dell’apostolo Tommaso, fino a Roma, alla tomba dell’apostolo Pietro e all’incontro con Papa Francesco. La ricchezza di questa esperienza non trova spazio in questa lettera, ma consegna una convinzione diffusa e mai scontata: la necessità, la bellezza e la generatività del camminare insieme.
 
Scrivevo proprio cosi lo scorso anno: 

“L’immagine della strada e del cammino mantengono ancora una intensa capacità evocativa … La proposta o, se volete, la necessità è quella di camminare insieme: percorrere la medesima strada, accompagnarsi ed aspettarsi, adottare il passo di chi fa più fatica, a volte più avanti, altre volte accanto o indietro.
La condivisione del cammino è spesso silenziosa, in ascolto: una presenza simpatica. Condividere il cammino significa condividere la fatica, pur nella diversità di come la si sperimenta. Camminare insieme significa aprire una relazione, una reciprocità non invasiva. È vero: i giovani vogliono e devono fare la loro strada, ma non disdegnano la compagnia di chi non si sostituisce a loro, di chi non si impalca a maestro, di chi crede in loro” (F. BESCHI, UN CUORE CHE ASCOLTA, 2018).

 
Il cammino apre il cuore e lo rivela, lasciando emergere l’intuizione di una vita sensata e liberamente condivisa.  

La comunità cristiana può rappresentare questa sensatezza e condivisione, testimoniando con le sue scelte e le sue dinamiche di essere realmente in cammino, attenta più all’orizzonte che le si prospetta innanzi, che al percorso compiuto nel tempo.  

“La Chiesa non può partire da dove i giovani non ci sono e portarli lì dove non vogliono andare. Ma possiamo condurli dal punto in cui si trovano verso dove non avrebbero mai sognato di poter arrivare” (CONFERENZA EPISCOPALE DI INGHILTERRA E GALLES).

Giovani di ogni fede o convinzione esprimono un bisogno unanime di “compagni di cammino”, “uomini e donne fedeli che comunichino la verità lasciando esprimere la loro concezione della fede e della vocazione”. Essi cercano guide che rispettino “la libertà, fornendo gli strumenti necessari per compiere adeguatamente questo cammino”; accolgono volentieri quegli adulti laici e consacrati che coltivano “i semi della fede nei giovani, senza alcuna aspettativa di vedere i frutti del lavoro, che vengono dallo Spirito Santo”.
 
Le prospettive 

Se oseremo affrontare la prospettiva vocazionale della vita, in condizioni di grande fatica a comprenderla, lo potremo fare a partire dalla coscienza che la comunità cristiana avverte e coltiva di essere una comunità vocazionale perché innanzi tutto “con-vocata”, un’autentica “ek-klesia”. 
La comunità cristiana, nel momento in cui si riconosce come frutto di una “convocazione”, alimenta la propria vitalità, diventa capace di generatività, non si abbandona alla rassegnazione. Non ci facciamo dominare dall’affanno e dallo scoramento, ma nello stesso tempo non ci sottraiamo alla verifica della nostra risposta a questa “convocazione” ecclesiale.
Mi auguro di raccogliere un consenso diffuso nei confronti di questa prospettiva, che deve connotare l’esistenza e i gesti delle nostre comunità parrocchiali: potremo introdurre alla prospettiva vocazionale della vita, nella misura in cui essa appaia visibile non solo a livello personale, ma prima di tutto a livello comunitario.
 
 
SECONDA PARTE

L’icona dell’Annunciazione 
L’esperienza della vocazione percorre e caratterizza tutta la narrazione e testimonianza biblica. Alla luce dei Messaggi di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Panama, propongo come icona evangelica per l’anno pastorale il Vangelo dell’Annunciazione e alcune sottolineature che il Santo Padre ci consegna a riguardo.

È da questo inesauribile racconto evangelico che infiniti artisti hanno tratto ispirazione per le loro opere: tra le molte, ho scelto l’Annunciazione di Arcabas, pittore conosciuto ed apprezzato nel mondo e particolarmente nella nostra comunità. A lui un omaggio e per lui una preghiera, nella circostanza della sua morte, avvenuta proprio in questi giorni.
 
LA PRIMA SOTTOLINEATURA del Messaggio è introdotta dalle parole ‘Non temere’

Il Santo Padre, con grande sensibilità all’atmosfera che respiriamo, evoca il sentimento della paura che in maniera evidente caratterizza le nostre percezioni, anche nell’ambito della fede in Dio. 

‘E voi giovani, quali paure avete? Che cosa vi preoccupa più nel profondo? Una paura “di sottofondo’ che esiste in molti di voi è quella di non essere amati, benvoluti, di non essere accettati per quello che siete …

Altri temono di non riuscire a trovare una sicurezza affettiva e rimanere soli. In molti, davanti alla precarietà del lavoro, subentra la paura di non riuscire a trovare una soddisfacente affermazione professionale, di non veder realizzati i propri sogni …

E anche coloro che hanno accolto il dono della fede e cercano con serietà la propria vocazione, non sono certo esenti da timori. Alcuni pensano: forse Dio mi chiede o mi chiederà troppo; forse, percorrendo la strada indicatami da Lui, non sarò veramente felice, o non sarò all’altezza di ciò che mi chiede’ (PAPA FRANCESCO, MESSAGGIO PER LA XXXIII GMG).

Il superamento della paura avviene attraverso l’esercizio del discernimento: dare un nome alle proprie paure, alle loro cause profonde, individuare le ragioni e le risorse personali e comunitarie per superarle alla luce della fede evangelica.

L’esercizio del discernimento diventa indispensabile quando una persona si interroga sul senso e il destino della propria vita.  

Il discernimento da fare, in questo caso, non va inteso come uno sforzo individuale di introspezione, dove lo scopo è quello di conoscere meglio i nostri meccanismi interiori per rafforzarci e raggiungere un certo equilibrio. In questo caso la persona può diventare più forte, ma rimane comunque chiusa nell’orizzonte limitato delle sue possibilità e delle sue vedute.

La vocazione invece è una chiamata dall’alto e il discernimento in questo caso consiste soprattutto nell’aprirsi all’Altro che chiama. È necessario allora il silenzio della preghiera per ascoltare la voce di Dio che risuona nella coscienza … Ma è importante anche il confronto e il dialogo con gli altri, nostri fratelli e sorelle nella fede, che hanno più esperienza e ci aiutano a vedere meglio e a scegliere tra le varie opzioni … L”altro non è solo lo guida spirituale, ma è anche chi ci aiuta ad aprirci a tutte le infinite ricchezze dell’esistenza che Dio ci ha dato. È necessario aprire spazi nelle nostre città e comunità per crescere, per sognare, per guardare orizzonti nuovi!’ (PAPA FRANCESCO, MESSAGGIO PER LA XXXIII GMG).

Il discernimento che vince le paure, si nutre di preghiera e di dialogo, capace di aprire il cuore e indicare ampi orizzonti. A fronte della diffusa tentazione di chiudersi e ripiegarsi, il Papa invita le nostre comunità a queste aperture e ad offrire persone e condizioni per accompagnare i giovani nell’esercizio del discernimento.
 

LA SECONDA SOTTOLINEATURA, scaturisce dalla meditazione che Papa Francesco sviluppa attorno al nome e all’appello dell’angelo: “Maria!”

‘Io ti ho chiamato per nome’ (ls 43,1). Il primo motivo per non temere è proprio il fatto che Dio ci chiama per nome’ (PAPA FRANCESCO, MESSAGGIO PER LA XXXIII GMG).

Nessuno chiama se stesso per nome: questo avviene da parte di un altro. Si tratta di un riconoscimento profondo, che supera le molteplici forme di appartenenza familiare, sociale, culturale e si concentra sulla unicità irriducibile di ogni persona umana. Conoscere il nome, cioè l’identità profonda di un essere umano, si presta a pericolose forme di potere, condizionamento e sfruttamento. Essere chiamato per nome, al contrario, diventa la condizione per la relazione più profonda, essenzialmente connotata dall’amore, in cui una persona si sente riconosciuta, accolta e abbracciata e constata la possibilità di un futuro sensato proprio a partire da questa esperienza.

È all’interno della densità e della sorpresa di questo tipo di relazioni, che emerge nelle modalità più diverse, e a volte del tutto sorprendenti, l’intuizione che il nostro nome venga pronunciato dall’Altro per eccellenza, capace di introdurmi in un Amore decisivo che apre ad un futuro unico e personalissimo, in cui il Suo appello e la mia risposta libera danno forma alla parola e all’esperienza della vocazione.  

Cari giovani, l’essere chiamati per nome è dunque un segno della nostra grande dignità agli occhi di Dio, della sua predilezione per noi. E Dio chiama ciascuno di voi per nome. Voi siete il ‘tu’ di Dio, preziosi ai suoi occhi, degni di stima e amati (cfr Is 43.4). Accogliete con gioia questo dialogo che Dio vi propone, questo appello che Egli rivolge a voi chiamandovi per nome. (PAPA FRANCESCO, MESSAGGIO PER LA XXXIII GMG)

LA TERZA SOTTOLINEATURA del Messaggio del Papa si ispira all’espressione: “Hai trovato grazia presso Dio”.

La benevolenza di Dio diventa benedizione per la vita di ciascuno, la sua generosità diventa gratuità nei confronti di ogni persona umana: rivelazione di un Amore radicalmente gratuito, che precede ogni merito e che si offre senza prevedere alcun tornaconto. La narrazione insuperabile di questo annuncio la riconosciamo nella vicenda di Gesù. Le sue parole, i suoi gesti, la sua vita e la sua persona, narrano benedizione e amore gratuito di Dio in maniera radicale e diventano, per opera dello Spirito, il “luogo” concreto in cui risuona per noi l’appello di Dio. 

“La presenza continua della grazia divina ci incoraggia ad abbracciare con fiducia la nostra vocazione, che esige un impegno di fedeltà da rinnovare tutti i giorni. La strada della vocazione non è infatti priva di croci: non solo i dubbi iniziali, ma anche le frequenti tentazioni che si incontrano lungo il cammino.

Il sentimento di inadeguatezza accompagna il discepolo di Cristo fino alla fine, ma egli sa di essere assistito dalla grazia di Dio. Le parole dell’angelo discendono sulle paure umane dissolvendole con la forza della buona notizia di cui sono portatrici: la nostra vita non è pura casualità e mera lotta per la sopravvivenza, ma ciascuno di noi è una storia amata da Dio’ (PAPA FRANCESCO, MESSAGGIO PER LA XXXIII GMG). 

La comunità cristiana, nella misura in cui alimenta la sua consapevolezza di essere “con-vocata” da Dio e dalla sua Parola, diventa l’habitat in cui famiglie, giovani ed ogni persona nella sua singolarità, possono avvertire, in contesti fortemente autoreferenziali, lo squarcio liberante della vocazione.  
Alla luce delle parole del Papa, desidero condividere con voi alcune considerazioni sulla dimensione vocazionale dell’esistenza umana.

 
La sorpresa e lo scandalo della vocazione.
Il Messaggio del Papa delinea con semplicità e chiarezza la prospettiva della vocazione come decisiva per la vita di ogni persona. Il suo discorso è rivolto ai giovani, ma l’intento con cui l’ho ripercorso è quello di coinvolgere tutta la comunità attorno a questa dimensione, con la consapevolezza che nel contesto in cui viviamo, la parola vocazione e la dimensione vocazionale dell’esistenza umana appaiono insignificanti, scandalose e, c’è da augurarselo, anche sorprendenti.  

“Nell’evoluzione spirituale delle persone ci sono alcuni eventi particolarmente importanti e cruciali. Uno di questi è la cosiddetta vocazione … Non comprendiamo molte cose della vita perché pensiamo che la vita spirituale sia una faccenda solo religiosa e non primariamente e fondamentalmente una realtà antropologica … La vocazione con la sua tipica giovinezza è particolarmente delicata quando riguarda persone che sono giovani anche anagraficamente. La giovinezza del corpo abbinata a quella dello spirito sprigiona una energia potentissima che fa capaci delle azioni più grandi e più folli, che solo un giovane toccato nello spirito può fare. Produce una generosità illimitata, una docilità infinita. Si può e si vuole fare tutto” (R. GUARDINI, LE ETA DELLA VITA).  

“D’altra parte, tutte le ‘vocazioni’ tradizionali appaiono come svuotate. Più precisamente, sono travolte dalla sfida dell’unicità, o dell’autenticità. Certo, circolano ancora rappresentazioni della divina chiamata quale destino prefissato, compito da svolgere, disegno imperscrutabile, copione già scritto: si tratterebbe di indovinare quanto per noi stabilito, al limite di accettare la propria parte per eseguirla. Dio avrebbe pensato uno come padre, l’altra come suora, una come principessa, l’altro come soldato, te come primario, me come prete. Per quanto intrisa di religiosità, tale rappresentazione è estranea alla via di Gesù, lede la grandezza di Dio e la dignità di ciascuno. Manca dunque di spirito e chiede di essere evangelizzata. Culturalmente non funziona più … La vocazione cristiana, rappresentata come copione prestabilito o identificata con un progetto di vita, smarrisce la qualità d’incontro e di alleanza che rende nuova, irripetibile, mai fissa ogni storia biblica e ogni esperienza di santità” (S. MASSIRONI, CHIAMATI A ESSERE SANTI, OSSERVATORE ROMANO).

Queste due citazioni possono aiutare la comunità cristiana a superare le forme stereotipate di concepire ciò che definiamo vocazione, riscattando questa parola dall’insignificanza e caratterizzandola per quella forza che deve scandalizzare rispetto ad ogni autoreferenzialità e involuzione individualistica e sorprendere per le possibilità generative di vita e futuro che possiede. È proprio questo il compito che consegno alla comunità degli adulti cristiani cioè a coloro che dovrebbero essere capaci di testimoniare e narrare con le parole e la loro concreta esistenza personale e comunitaria, la dimensione vocazionale della vita.

Il contesto segnato dal criterio dell’autorealizzazione e dalla solitudine radicale
Sul piano della progettazione del futuro la logica più diffusa è quella dell’autorealizzazione, spesso fatta coincidere con interessi strettamente personali. È una logica che riduce il futuro alla scelta d’una professione, alla sistemazione economica o all’appagamento sentimentale ed emotivo, entro orizzonti che, di fatto, riducono le possibilità del soggetto a progetti limitati, con l’illusione d’esser liberi. È una logica che puntualizza l’esistenza, con una concentrazione sul presente che giustifica l’irrilevanza del passato e l’indefinibilità del futuro, senza alcun valore di possibilità e tanto meno di promessa.

Si tratta di percorsi renitenti rispetto ad aperture alla fede, al mistero: una ricerca che rischia di rivelarsi fine a se stessa e comunque esposta all’irresponsabilità e alla solitudine. 

È una sensibilità e mentalità che rischia di delineare una sorta di cultura antivocazionale. Come dire che nell’Europa culturalmente complessa e priva di precisi punti di riferimento, simile a un grande pantheon, il modello antropologico prevalente sembra esser quello dell’”uomo senza vocazione”. (DOCUMENTO NUOVE VOCAZIONI PER UNA NUOVA EUROPA, 1997)

È necessario che ogni comunità cristiana si interroghi sulle cause di questo ‘smarrimento vocazionale’, senza conclusioni precipitose e moralistiche, ma raccogliendo e identificando le ragioni che alimentano questa condizione, senza dimenticare il contesto in cui stiamo considerando e proponendo la dimensione vocazionale della vita.

Lo sguardo e la generatività
Nel cantico del Magnificat, Maria evoca lo sguardo di Dio che genera la sua vita e quella di colui che porterò nel grembo e darò alla luce: Gesù. “Ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1.48). Si tratta del commento della protagonista stessa, al Vangelo dell’Annunciazione.
Rileggendo e narrando questo incontro decisivo, Maria riconosce lo sguardo buono e generante di Dio. È proprio da questa interpretazione mariana del Vangelo dell’Annunciazione che scaturisce il titolo della Lettera di quest’anno: “Uno sguardo che genera”.
Il mistero della vocazione può essere raccolto in questa immagine e la comunità cristiana deve poterla narrare. Si tratta dell’umanissima esperienza dello sguardo: non solo la possibilità di vedere e di essere visti, ma specificamente la modalità di guardare e di essere guardati. Lo sguardo che rivolgiamo ad una persona o che sentiamo su di noi ha una potenza comunicativa capace di mortificare e risuscitare, di uccidere e generare.

La dimensione vocazionale della vita ha a che fare con l’esperienza dello sguardo: lo sguardo che ciascuno rivolge a se stesso, lo sguardo degli altri, lo sguardo di Dio. 

La stessa comunità cristiana è protagonista di uno sguardo e non solo dei tanti sguardi di coloro che lo compongono. Un utile esercizio è quello di approfondire con quale sguardo le nostre comunità guardano se stesse, i giovani, coloro che non si riconoscono più nella comunità e finalmente come riconoscono lo sguardo di Dio e come lo adottano nei confronti della vita personale, comunitaria e sociale.
 
La libertà e il legame 
Ogni pensiero, esperienza e relazione dell’uomo contemporaneo trova la sua connotazione e misura nella dimensione della libertà. Per dir la verità, a fronte di una specie di ubriacatura libertaria, stiamo assistendo a preoccupanti indifferenze o addirittura rinunce od ostilità nei confronti dell’esercizio della libertà. Si fanno strada idee e pratiche come quelle delle cosiddette democrazie illiberali, che concretamente sacrificano libertà fondamentali in nome dell’affermazione della cosiddetta identità nazionale; la preoccupazione che diventa ossessione per la sicurezza, alimenta una disponibilità culturale e concreta a sacrificare o limitare libertà conquistate e fino ad oggi praticate; l’esigenza diffusa di definire appartenenze meno precarie o volatili, alimenta la propensione a scelte personali e collettive che tendono a limitare alcuni diritti fondamentali o comunque ad escludervi alcune categorie.
Comunque, in un orizzonte in cui la libertà è tutt’altro che scontata, l’idea di una libertà che coincide con l’assoluta autonomia dell’individuo è ancora fortemente radicata.
Ogni possibilità di introdurre alla dimensione vocazionale dell’esistenza non può prescindere dalla sensibilità che l’uomo contemporaneo nutre nei confronti della libertà. In termini essenziali, a fronte di una riflessione che potrebbe essere amplissima, faccio presente alcuni elementi che possono aiutare le nostre comunità nella considerazione della prospettiva vocazionale.

La dinamica della vocazione è essenzialmente relazionale: in essa la libertà dei protagonisti è decisiva. Il primo passo di questa dinamica prevede il superamento o addirittura la rottura di quella radicale autoreferenzialità che rappresenta il criterio dominante. L’esercizio della libertà non avviene soltanto o soprattutto nella scelta nei confronti di possibilità sempre più ampie e numerose, ma nell’ambito di relazioni che si rivelano di volta in volta liberanti o mortificanti. 

La figura, l’immagine e l’esperienza della comunità cristiana deve misurarsi con questa istanza di libertà in termini relazionali e le persone che lo costituiscono e lo incontrano, debbono poter vivere concretamente questa esperienza. 

La vocazione non si prospetta dunque entro lo schema rappresentato da un progetto divino predisposto per me, da riuscire a scoprire e nei confronti del quale esercitare la libertà di accoglierlo o rifiutarlo. La vocazione è piuttosto un processo, un cammino che si sviluppa nell’orizzonte delle relazioni e dunque della relazione di Dio e con Dio, nel quale la sua Grazia e la mia libertà dialogano per tutta la vita, delineando quella che chiamiamo vocazione e risposta alla vocazione.
I legami che le relazioni creano e rafforzano non sono limiti alla libertà, ma di fatto permettono di esercitarla, superando la possibilità dell’esito più drammatico della libertà autoreferenziale: la solitudine radicale. La dimensione vocazionale è quindi profondamente caratteristica della condizione dell’uomo.  

La comunità cristiana, nelle sue caratteristiche e pratiche comuni è chiamata a rappresentare questa fondamentale caratteristica dell’umana esistenza. Soltanto in questo orizzonte oggi è immaginabile la cosiddetta proposta vocazionale.

La dimensione vocazionale della vita

“L’amore è il senso pieno della vita. Dio ha tanto amato l’uomo da dargli la sua stessa vita e da renderlo capace di vivere e voler bene alla maniera divina. In questo eccesso di amore, l’amore degli inizi, l’uomo trova la sua radicale vocazione, sente (2 Tim 1, 9), e scopre la propria inconfondibile identità, che lo rende subito simile a Dio, «a immagine del Sento- che lo ha chiamato (1 Pt 1, 15). «Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere – commenta Giovanni Paolo Il – Dio inscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è pertanto la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano” (DOCUMENTO NUOVE VOCAZIONI PER UNA NUOVA EUROPA, 1997).

La parabola dell’amore che consiste nell’innamorarsi, scegliersi e finalmente amarsi è la parabola di ogni vocazione. La parabola dell’amore mobilita le potenzialità di ciascuno, suscitate e alimentate da incontri reali e significativi. È una parabola che si intreccia con una possibilità unicamente umana, quella del desiderio.
La consapevolezza della dimensione vocazionale della vita passa dal ritrovare la capacità di desiderare. È necessaria una terapia del desiderio che apre il cuore a ciò che è infinito, eterno, invisibile, paradossale.  

La comunità cristiana testimonia l’inesauribilità del desiderio. In contesti in cui il calo del desiderio, l’incapacità di desiderare e la surrettizia moltiplicazione dei bisogni sembrano dominare, la dimensione umana e intensamente biblica del desiderio e della sua inesauribilità deve poter trovare nei cristiani singolarmente e nella comunità una testimonianza affascinante e provocante. Sotto questo profilo, la grande vicenda spirituale di S. Agostino, rappresenta per i giovani e per lo comunità una lezione sempre attuale.

La sequela di Gesù
Se la vocazione ha a che fare con la vita di ogni persona umana, nel Vangelo troviamo la quintessenza dell’esperienza della vocazione.
Nel contesto evangelico viene rappresentata non un’idea di vocazione, ma un’esperienza concreta e decisiva: Gesù di Nazareth chiama a seguirlo, sceglie i suoi discepoli, indica la via della vita. La parola di Gesù è semplice, diretta, personale: “Seguimi” (Gv 21,19) 
Immediatamente evoca un cammino, una evidente chiamata, una scelta da parte sua che precede la nostra. 

“La figura di Pietro è emblematica sotto questo profilo. Lo fa capire bene il solo fatto che la parola ‘seguimi’ – quella che appunto indica una chiamata di Gesù, nel vangelo di Giovanni risuona non all’inizio, ma alla fine di tutto il cammino di Pietro. Segno che la cosiddetta “vocazione” in fin dei conti significa una storia che fiorisce nel legame con Gesù fino a scoprire come stare con lui nel modo più adatto a ciascuno, Pietro progressivamente imparerà a mettere in discussione se stesso, non Gesù, La sintesi arriva un mattino in riva al lago, dove il Risorto gli chiede di raccogliere tutto attorno a questa domanda: ‘Mi ami?’, Amare Gesù è la vocazione di tutti” (P. PEZZOLI, SCUOLA DI PREGHIERA)

Proprio perché si tratta di una chiamata e un dialogo personalissimo, le vocazioni sono infinite, tante quanto sono le persone umane. Certamente, alcune hanno trovato forma e riconoscimento da parte della comunità, ma questo non può farci dimenticare come ogni persona è nella fede, ogni cristiano, è “chiamato” da Gesù, qualsiasi sia la sua condizione e le sue scelte.  

In questa prospettiva è importante che la comunità sia capace di esprimere la sua disposizione ad esercitare la chiamata, la scelta, Non si tratta semplicemente di suscitare un’attenzione vocazionale, di confermare una vocazione e la risposta che viene data, ma anche di disporsi a compiere lo stesso gesto di Gesù: la scelta, ‘Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16), A fronte di un’enfatizzazione della nostra scelta e decisione, la comunità deve rappresentare concretamente la capacità di scegliere ciascuno per la missione e il servizio che è chiamato ad assumere.

 

 

TERZA PARTE

Le proposte 
Desidero ora suggerire alcune possibilità da confermare, rilanciare o iniziare, nell’orizzonte della consapevolezza comunitaria della dimensione vocazionale della vita. La gran parte dei suggerimenti sono esperienze già in atto, presenti in diocesi e diffuse nelle nostre parrocchie; alcune sono state abbandonate e meritano una riconsiderazione. 

Pregare 
È Gesù stesso che testimonia la decisività della preghiera, per entrare nell’orizzonte vocazionale. Lui stesso prega in questa prospettiva e lo fa la prima comunità cristiana. La tradizione ci ha trasmesso alcune esperienze che rimangono significative in tal senso.  
– La giornata mondiale per le vocazioni e la veglia diocesana celebrata in questa circostanza 
– La scuola di preghiera in Seminario 
– La preghiera delle comunità monastiche presenti in diocesi
– Le celebrazioni dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana, dell’Ordine e del Matrimonio
– La settimana vocazionale parrocchiale o interparrocchiale
– L’adorazione eucaristica nel primo giovedì del mese
– L’apostolato della preghiera 

Testimoniare 

‘Non c’è altra strada per condurre le giovani generazioni sulla via di una vita ricca, piena di desiderio e di bellezza, che offrire la propria testimonianza di adulti che hanno interpretato la propria vita come vocazione. Non si tratta soltanto di una testimonianza morale; si tratta invece, di mostrare come può essere una vita buona, ricca di desideri e insieme reale e realizzata nella realtà concreta e sempre limitata’. (M. Recalcati, Cosa resta del padre?)

‘Se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata o tradita, allora possiamo lasciar germogliare [i nostri figli] quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio di una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca d’una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita’. (N Ginzburg, Le piccole virtù).

La pastorale vocazionale costituisce il ministero più difficile e più delicato. Ma vorremmo anche ricordare che non c’è nulla di più esaltante d’una testimonianza cosi appassionata della propria vocazione da saperla rendere contagiosa.
Nulla è più logico e coerente d’una vocazione che genera altre vocazioni. Propongo l’attenzione ad alcune iniziative che pongo sotto il titolo di “DIMENSIONI”. 

La DIMENSIONE VOCAZIONALE
La proposta dei “focus group”. 
Si tratta di un’esperienza-segno che coinvolge fondamentalmente gli adulti delle nostre comunità: genitori, insegnanti, educatori, lavoratori, persone consacrate, sacerdoti … Si parte dalla interpretazione delle risposte emerse dall’ascolto dei giovani realizzato in diversi modi lo scorso anno, per giungere a narrare e rappresentare la propria vita nella prospettiva vocazionale e a prospettare una figura di comunità che si riconosce come ‘con-vocata’ da Dio e dalla sua Parola.

La DIMENSIONE FAMILIARE
A fronte della seria crisi che ha investito il sacramento e la concezione stessa del matrimonio, le esperienze e i percorsi di educazione sentimentale e di preparazione alla celebrazione del matrimonio, come pure l’accompagnamento personale delle persone conviventi assumono una particolare valenza vocazionale. La vita familiare di coppie credenti, diventa, come è stato frequentemente, il terreno fertile di prospettive vocazionali: l’amore familiare, la preghiera in famiglia, il rapporto tra famiglia e comunità cristiana, la generosità familiare, l’interpretazione della vita alla luce della fede, sono alcuni dei tratti di questo ambiente vocazionale.

Le iniziative di preparazione alla celebrazione del Sacramento del matrimonio e quelle dei diversi gruppi sposi parrocchiali, come quelle specifiche di associazioni, movimenti e percorsi, possono prendere in considerazione in maniera significativa le prospettive vocazionali indicate nella Lettera.

La DIMENSIONE SACERDOTALE E DI CONSACRAZIONE
Nell’immaginario comunitario, il sacerdozio ministeriale e le diverse forme di consacrazione e di vita religiosa, sono quelle che incarnano in maniera quasi esclusiva la dimensione vocazionale. Nella Lettera ho cercato di offrire elementi, perché le comunità superino questa visione. Nello stesso tempo non possiamo alimentare sentimenti di rassegnazione o addirittura di indifferenza di fronte alla contrazione numerica di queste vocazioni, particolarmente in Occidente.  

Insieme alla proposte specifiche che Seminario, Istituti religiosi e Comunità di vita consacrata offrono a tutti i livelli, rimane fondamentale la testimonianza attraente che le persone chiamate ad incarnare queste risposte alla chiamata del Signore Gesù possono offrire in termini personali e comunitari. 

La DIMENSIONE EDUCATIVA
La prospettiva vocazionale ha un aspetto programmatico relativo ad iniziative specifiche e uno paradigmatico, per cui ogni iniziativa ecclesiale assume una connotazione vocazionale. Ricordo in modo particolare: 
– Le proposte di catechesi per tutte le età e circostanze
– La formazione degli educatori e formatori 
– Le iniziative che accompagnano i passaggi comunitari verso la condizione adulta 
– L’utilizzo della Rete e particolarmente dei social network, con connotazioni educative 

La DIMENSIONE DEL LAVORO
L’ora aiuta il labora, ma anche il lavoro aiuta la vita spirituale, perché è in se stesso attività spirituale e per certi aspetti vocazionale. Si tratta di riconoscere gli elementi di senso e di responsabilità che si intrecciano con le diverse forme di lavoro, consapevoli di una reale ricchezza che molte persone attribuiscono alla loro attività in relazione alla visione complessiva della loro esistenza. La separazione tra lavoro e spiritualità, alimenta l’incomprensione della dimensione vocazionale della vita. 

Le proposte formative e spirituali, specificamente indirizzate al mondo del lavoro in tutte le sue componenti, rappresentano un concreto ‘luogo’ di consapevolezza vocazionale.
Le associazioni laicali che rappresentano il mondo del lavoro, possono orientare le loro iniziative in prospettiva vocazionale, con particolare efficacia.

ALTRE DIMENSIONI
Infine, desidero sottolineare la forte valenza vocazionale che assumono le concrete esperienze di ‘residenzialità’, attuate nell’ambito delle attività oratoriane e non solo, che diventano sempre più diffuse.
Insieme a queste, ricordo e propongo con convinzione le esperienze di missione, di volontariato, di servizio internazionale e comunitario che vedono coinvolti molti giovani: si tratta di ‘terre esistenziali”, in cui la dimensione vocazionale della vita emerge inevitabilmente.
Certamente, le sinergie sempre più convinte tra i diversi settori della pastorale, rappresentate anche dagli specifici Uffici pastorali della Curia diocesana, possono trovare nella ‘trasversalità’ della dimensione vocazionale una ragione particolarmente significativa.

Discernere 
Alla luce delle Parole del Santo Padre, ricordate nelle parti precedenti, ripropongo la necessità di adottare in maniera sempre più diffusa, a livello personale e comunitario il criterio del ‘discernimento’. Specificamente vorrei ricordare:  
– il ripensamento dei luoghi tradizionali dell’esperienza cristiana in prospettiva vocazionale: catechesi, liturgia, carità; 
– le proposte vocazionali specifiche a livello parrocchiale, diocesano e delle comunità religiose e di vita consacrata. 
– la valorizzazione delle ministerialità laicali, a partire da quelle più semplici e ancora diffuse come quella dei ‘chierichetti’; 
– l’esercizio dell’ascolto e dell’accompagnamento spirituale, compiuto con generosità e competenza; 
– le nuove proposte di prima evangelizzazione e di riscoperta della fede; 
– l’esperienza del ‘Gruppo Samuele’ che ormai ricca di anni, continua a mantenere la sua vitalità propositiva con risposte sorprendenti e testimonianze della sua efficacia; 
– la Comunità ‘Effatà. che rappresenta un ‘luogo’ vivo e nello stesso tempo competente per l’accoglienza, l’ascolto, l’accompagnamento spirituale e il discernimento vocazionale.  

Nell’impegno del discernimento, va collocato il lavoro specifico, accurato e illuminato che UPEE insieme ad altre realtà ecclesiali e all’Università, nell’ambito del progetto ‘Young’s’, hanno realizzato e che nel corso di quest’anno richiede l’altrettanto accurata opera di interpretazione.

Creare un’atmosfera 
Il percorso delineato in questa Lettera vorrebbe contribuire a creare e rinnovare un “atmosfera vocazionale”.
In questo senso riprendo un testo di alcuni anni fa, che resta punto di riferimento autorevole dell’attenzione della Chiesa alla dimensione vocazionale della vita.  

L’atmosfera vocazionale si nutre della ‘cultura della vita e dell’apertura alla vita, del significato del vivere, ma anche del morire. In particolare fa riferimento a valori forse un po’ dimenticati da certa mentalità emergente come la gratitudine, l’accoglienza del mistero, il senso dell’incompiutezza dell’uomo e assieme della sua apertura al trascendente, la disponibilità a lasciarsi chiamare da un altro (o da un Altro) e a farsi interpellare dalla vita, la fiducia in sé e nel prossimo, la libertà di commuoversi di fronte al dono ricevuto, di fronte all’affetto, alla comprensione, al perdono, scoprendo che quello che si è ricevuto è sempre immeritato ed eccedente la propria misura, e fonte di responsabilità verso la vita …
Fa parte ancora di questa cultura vocazionale la capacità di sognare e desiderare in grande, quello stupore che consente d’apprezzare la bellezza e sceglierla per il suo valore intrinseco, perché rende bella e vera lo vita, quell’altruismo che non è solo solidarietà d’emergenza, ma che nasce dalla scoperta della dignità di qualsiasi fratello’. (DOCUMENTO NUOVE VOCAZIONI PER UNA NUOVA EUROPA, 1997).

 

QUARTA PARTE

Eventi 
All’inizio di quest’anno pastorale prende avvio la riforma che vede la nascita delle Comunità Ecclesiali Territoriali (CET) e delle Fraternità Presbiterali. Sono ormai due anni che lavoriamo a diversi livelli per questa proposta sulla quale non mi soffermo, ma che desidero affidare alla vostra preghiera e comprensione.
Si tratta di rilanciare la consapevolezza del servizio del cristiano alla vita di tutti gli uomini, nelle sue diverse dimensioni. Non vogliamo rassegnarci ad una separazione tra fede, mentalità comune e vita che sembra volersi imporre anche nelle nostre comunità. Le CET, rappresentano un’espressione di speranza evangelica nella forza rigenerante della fede e del Vangelo.
La costituzione delle CET, è diventata occasione per rilanciare una dimensione essenziale per il bene della Chiesa: non solo la collaborazione tra presbiteri, ma la loro reale fraternità. La costituzione delle Fraternità Presbiterali rappresenta la scelta di perseguire tutte le potenzialità che il ministero del sacerdote contiene in ordine ai rapporti fraterni tra presbiteri.
Se apparentemente le forme potrebbero sembrare simili alle esperienze precedenti, le ragioni e i motivi ispiratori che le sostengono vogliono promuovere in maniera convinta questa prospettiva. 

Sarà un anno iniziale, esposto quindi alle precarietà degli inizi: chiedo all’intera Diocesi di accompagnare questo cammino con la preghiera e la generosa disponibilità, già manifestata in questi anni.  

Abbiamo celebrato gli anniversari centenari del Seminario diocesano. Sono stati occasioni preziose per ricordare e ringraziare. Li abbiamo vissuti con convinzione, ma senza enfasi. La custodia del passato non è fine a se stessa, ma diventa una provocazione pressante a immaginare il futuro.
È quello che stiamo facendo, consapevoli che in un tempo sorprendentemente breve, abbiamo sperimentato una contrazione di presenze e di ordinazioni sacerdotali. Sono convinto che energie di intelligenza, fede e passione ecclesiale sono rappresentate da tutte le componenti diocesane e particolarmente da coloro che più direttamente operano nel Seminario della diocesi.  
 
Desidero invitare ogni comunità ecclesiale, ogni singolo fedele, presbitero e diacono, persona consacrata a guardare con fiducia all’impegno che in molti dedicano non solo per custodire, ma per creare condizioni autenticamente evangeliche per il futuro del seminario, dei seminaristi e di coloro che il Signore chiama al sacerdozio.  
 
La Peregrinatio dell’urna con le spoglie mortali del Santo Papa Giovanni si è conclusa da poco. È stato un evento di grazia e di fede. La ricchezza delle diverse dimensioni di questo avvenimento è affidata a chi lo ha vissuto e alla sensibilità pastorale di tutti coloro che hanno a cuore la missione della Chiesa.
Tra i tanti aspetti della Peregrinatio, appare luminoso quello della santità di Papa Giovanni e attraverso di lui, del fascino della santità stessa.  
 
I Santi attirano, sono narratori della fede e alimentano processi di narrazione e trasmissione della fede. Ecco perché le risonanze dell’evento meritano di non essere spente. 

Scriveva un sacerdote: “La santità di Giovanni XXIII che sta smuovendo la nostra Diocesi in questi giorni, così come quella di Paolo VI, che verrà riconosciuta nel prossimo mese di ottobre, non possono non essere lette che sotto il segno della gioia: i santi generano gioia. In un mondo fatto di profeti di sventura, dove a volte anche a noi sembra impossibile riuscire a parlare di vocazione, occorre ritrovare la gioia, la gioia della santità”.
 
 
CONCLUSIONE

Ho incominciato con una favola, permettete di concludere con una intensa pagina della letteratura americana contemporanea, Si tratta della parte finale del romanzo di Cormac McCarthy, intitolato “La Strada”.
Le risonanze che ognuno può raccogliere, mi sembra permettano di continuare il discorso sulla dimensione vocazionale della vita. 

“ …Suo padre gli prese la mano, ansimando. Devi andare avanti, disse. lo non ce la faccio a venire con te, Ma tu devi continuare. Chissà cosa incontrerai lungo la strada. Siamo sempre stati fortunati. Vedrai che lo sarai ancora. Adesso vai. Non ti preoccupare. 
Non posso.
Non ti preoccupare. Questo momento doveva arrivare da tempo. E adesso è arrivato. Continua ad andare verso sud. Fa’ tutto come lo facevamo insieme …
Voglio restare con te. Non puoi. 
Ti prego 
Non puoi. Devi portare il fuoco.
Non so come si fa.
Si che lo sai. È vero? Il fuoco, intendo. Si che è vero.
E dove sta? Io non lo so dove sta.
Si che lo sai.
È dentro di te. Da sempre, 
io lo vedo.”
(C. McCARTHY, LA STRADA)

In occasione della GMG del 2000 a Roma, San Giovanni Paolo II si rivolgeva ai giovani con queste parole: “Da Roma, dalla Città di Pietro e di Paolo, il Papa vi accompagna con affetto e, parafrasando un’espressione di Santa Caterina da Siena, vi dice: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!”. 
Ogni vocazione è questo. 

+ Francesco, vescovo
 
BERGAMO, 26 AGOSTO 2018 
Sant’Alessandro, Patrono della Città e della Diocesi