“Che cosa cercate?” è questa la domanda che spinge un gruppo di giovani a scegliere di passare un venerdì al mese in Seminario per vivere la Scuola di Preghiera. Una scuola che non ha la pretesa di insegnare nulla, ma piuttosto di essere una palestra per allenare un muscolo della nostra anima che spesso lasciamo in secondo piano. Una palestra per cui non serve un’iscrizione, come attrezzi bastano l’entusiasmo e la voglia di aprire il proprio cuore per mettersi all’ascolto e come personal trainer tanti giovani.
Si, perché la vera novità di questa Scuola di Preghiera è che guidati da Don Carlo Nava ci sono moltissimi giovani dai 20 ai 30 anni proveniente dagli angoli più sparsi di tutta la Diocesi.

Ho deciso di andare ad incontrarli, di scoprire cosa muove questi giovani a impegnarsi in un progetto tanto importante, dove curano dalla scenografia al momento conviviale finale e come mai non riescono a rinunciare a questo appuntamento nonostante tutte le opzioni che un venerdì sera potrebbe offrirgli.
“Perché da giovani decidete di investirvi nella Scuola di Preghiera?”
A questa domanda, con un sorriso aperto e gli occhi spalancati mi risponde Sara, 21 anni di Brembate:
“Oggi più che mai c’è bisogno di persone entusiaste e volenterose che propongano ad altri giovani come loro attività coinvolgenti e di qualità, con mezzi adatti alle nuove generazioni e parole non troppo lontane da loro. E chi meglio di un giovane, come me e i miei amici, può riuscire nell’impresa? Troppo facile far fare agli altri! Mettersi in prima persona in gioco per riuscire a trasmettere il messaggio di Gesù ad altri giovani è proprio quello che Lui stesso ci chiede di fare e che Papa Francesco ci ha invitato a fare più volte spronandoci a passare dal divano alle scarpe.”
Passare dal divano alle scarpe, sembra proprio che quel famoso discorso del Papa a Cracovia, dove invitava i giovani ad alzarsi sia rimasto nel cuore di tanti giovani e che sia il motore della loro voglia di mettersi in gioco. Mettersi in gioco in una Chiesa che ci richiama costantemente all’essere missionari e in uscita, nello sport diremmo: “stare in campo e non essere riserve” ed a questa provocazione Stefano, 33 anni di Rovetta, alza la voce:
“Quante volte ho pensato che essere giovani in campo volesse dire diventare prete o missionario. Poi col tempo ho capito che significa fare bene le cose di tutti i giorni, mettere il Signore dentro ogni azione che facciamo. “
Stefano continua, parlandomi della sua vita e nonostante sia giovane di quanto abbia dovuto affrontare e mi parla di un affetto sincero ricevuto dal Signore e continua parlandomi di come lo diffonde negli ambienti che vive.
“A scuola con i miei studenti, a casa con il mio coinquilino, quando torno dalla mia famiglia e le volte in cui incontro i miei amici cerco di ricordarmi di quanto ho ricevuto nella mia vita per provare a restituire un po’ di questo amore immenso e di sentirmi in cammino con loro verso di Lui.”
Alla stessa domanda risponde anche Francesca, 26 anni di Osio Sotto: “Essere giovani in campo vuol dire non accontentarsi di puntare al ribasso, al minor sforzo possibile, all’idea che “tanto se non lo faccio io lo farà qualcun altro”, ma significa scegliere di buttarsi a capofitto in quello che si fa richiede di giocarsi in prima persona dando tutto di sé non per il proprio bene ma per quello della squadra.”
Scendere in campo come una squadra, questa è la parte più bella della Scuola di Preghiera, perché questi giovani tanto distanti, anche a livello geografico, riescono ad incontrarsi per lavorare insieme con un unico obiettivo, per questo Michele, 22 anni di Zandobbio, Fabio 26 anni di Petosino e Simone 28 anni di Calcinate mi provocano dicendomi:
“Tu sei giovane, giusto? Bene allora sentirai i bisogni che sentono i giovani. E non provi il desiderio di essere ascoltato da qualcuno Essere ascoltato dentro, capito per i bisogni e i desideri che senti e provi. Essere giovane è gran difficile, trovare una sera in cui i giovani della tua città si ritrovano per far risuonare nel cuore e nella mente le mille domande, tentando di rispondere o meglio, imparare a pregare, cioè ad ascoltare e forse addirittura vivere è una grande occasione. Questa volta si tratta di sicurezza, se ti metti in gioco Qualcuno ti ascolta!”
Qualcuno ascolta, i tuoi pensieri, desideri e sogni, ma soprattutto ascoltano te, il titolo di questa Scuola di preghiera è una domanda che ho girato a questi giovani: “Che cosa cercate?”
“Rispondere può essere complesso, perché i desideri sono così intrecciati, forti e frammisti che comprenderli appieno e dare loro un nome può costare fatica. Fatica derivante dal fatto che è necessario uno spazio di silenzio e di ascolto di sè. La scuola di preghiera ci permette in primo luogo di trovare uno spazio di silenzio, in cui fermarci e far tacere dentro di noi tutto ciò che è banale o inutile.
Aprire un dialogo con Lui cambia il cuore e ti riporta alla vita sentendoti amato così come sei, dentro i tuoi fallimenti, dentro i tuoi desideri incompiuti, dentro tutto ciò che sei.
La presenza di tanti altri giovani in ricerca è occasione grande di condivisione e di cammino insieme.
La scuola di preghiera non risolve i nostri desideri ma ci aiuta a fare un’esperienza di Dio, l’unico che può dargli un senso nuovo.”