Lavoro e sviluppo umano: il lavoro cambia e ci cambia.

a cura di: Alessandro Perin (Osservatorio Vallare del Lavoro)

Il lavoro cambia e ci cambia!” è stato il filo conduttore del Convegno Diocesano sul Lavoro di qualche anno fa, ma l’intuizione che questo processo, che vede protagonista una dimensione fondamentale della vita dell’uomo,  continui ad essere elemento di cambiamento strutturale nella nostra società, è ancora oggi fuori discussione.

Il contesto lavorativo globale sta subendo in questi anni una trasformazione, in termini di tecnologia, senza precedenti con conseguenti ricadute e mutamenti all’interno della società e della vita quotidiana, nel presente e nell’immediato futuro. Per questo il lavoro, e ancora di più la sua mancanza, sono al centro dell’at­tenzione collettiva del nostro Paese: dalle preoccupazioni e sof­ferenze di tante persone e famiglie, al dibattito sulle politiche nazionali ed europee.

In questo contesto di grande attenzione e preoccupazione, non sono esigue le schiere di chi si ferma ad analizzare l’ine­sorabile declino italiano o di coloro che, con pessimismo, lamentano gli effetti (co­munque profondi e reali) della crisi iniziata nel 2008, strumentalizzandola e utilizzandola come giustifica­zione per non fare un passo. Ma accanto a ciò non si può non riconoscere lo sforzo di coloro che con generosità si impegnano a ogni livello per costruire un presente e un futuro migliori nelle proprie realtà e campi di azione, il cammino di quanti cercano di ridare slancio ai nostri territori per rimetterne in moto le dinamiche economiche e sociali. Ci riferiamo alle iniziative intraprese sia da singoli individui sia da realtà più ampie (associazioni della società civile, gruppi  e istituzioni, mondo del lavoro e dell’impresa, centri culturali, organizzazioni religiose e del terzo settore), che colpiscono la nostra attenzione per la loro capacità di riconfigurare il territorio dove si svolgono mettendosi in gioco in prima persona.

Crediamo perciò, come Osservatorio sul Lavoro, che sia necessario promuovere la conoscenza di iniziative di tale natura perché se da un lato permettono di comprendere meglio le difficoltà di un territorio, al contempo possiedono quella vitalità utile a generare la consapevolezza di un cambiamento: circoscrivere entro un limitato ambito una qualsiasi esperienza in tal senso può significare, infatti, la perdita di un’opportunità per tutti.

Attraverso queste pagine o mediante altre opportunità, vorremmo promuovere, come Osservatorio, esperienze, progetti, iniziative, intuizioni sviluppate intorno al tema del lavoro: vi chiediamo perciò di segnalare tali proposte al seguente indirizzo: sportellolavorovb@gmail.com

 

Iniziamo in questo numero con la presentazione di una interessante ricerca progettata e sviluppata dai giovani dell’Alta Valle.

La ricerca “Sveglia la Valle”

presentazione a cura di  Michele Iagulli

Nel teatro di Lenna, venerdì 10 febbraio, è stata presentata la ricerca “Sveglia la Valle”, organizzata dai giovani dell’Alta Valle sotto la direzione del prof. Fabio Dovigo, docente dell’Università di Bergamo. Alla serata erano presenti molti giovani, alcuni rappresentanti delle Amministrazioni comunali e sacerdoti del Vicariato.

La ricerca durata circa un anno,- ha sottolineato il prof. Dovigo- è nata con l’obiettivo di approfondire la conoscenza delle attuali condizioni di vita dei giovani dell’Alta Valle Brembana, nonché di comprendere qual è il loro punto di vista rispetto a tali condizioni e alle principali sfide che si trovano ad affrontare (casa, lavoro, relazioni familiari e sociali)”.

L’iniziativa è nata e si è sviluppata all’interno del progetto “Prevenzione Alta Valle Brembana” sostenuto dalle Amministrazioni comunali dell’AltaValle, dal Vicariato, Comunità Montana, Fondazione Don Palla, Cooperativa “In Cammino” ed ha visto il coinvolgimento attivo di un gruppo di operatori e volontari che hanno contribuito alla messa a punto del progetto, alla raccolta e discussione dei dati raccolti.

Soggetti della ricerca quantitativa e qualitativa: i giovani di età compresa tra i 16 ed i 34 anni, per un totale di 1146 soggetti.

Si è partiti da un’ ovvia constatazione: l’invecchiamento della popolazione. Tale fenomeno ormai elemento endemico, come sottolineato nella parte introduttiva della ricerca, richiede un profondo ripensamento dell’organizzazione dei servizi e degli spazi di comunità presenti nella Valle.

La tendenza all’invecchiamento e il declino demografico della popolazione ha avuto un forte impatto sulle condizioni di vita di diversi comuni, in cui le zone periferiche, rurali e montane post-industriali presentano il più alto rischio di spopolamento. Questi cambiamenti tendono a accelerare i processi di frammentazione e dispersione territoriale, creando una crescente disparità in termini di inclusione sociale, opportunità economiche e accessibilità dei servizi. A sua volta tale disparità ha importanti conseguenze socioeconomiche e politiche, sia sul piano occupazionale, abitativo, che per quanto riguarda la distribuzione dei servizi sociali e sanitari, il sistema dei trasporti e l’accessibilità alle diverse forme di istruzione e formazione.

Non si tratta, come evidenziato, di uno scenario irreversibile: le possibili risposte a tale fenomeno richiedono però un approccio di comunità che promuova la realizzazione di interventi rigenerativi, in cui gli investimenti nelle infrastrutture (trasporti, TIC e sociali) siano orientati a fornire servizi e opportunità in grado di ristabilire condizioni di vita accessibili anche alla popolazione giovanile in transizione verso la vita adulta.

Cinque sono state le aree d’indagine: famiglia, studio, lavoro, tempo libero, contesto (viabilità, turismo, divertimenti, sport e ambiente).

Sono stati raccolti un totale di 259 questionari compilati.

I risultati della ricerca sono stati illustrati da tre protagonisti della stessa: Astrid Pedretti, Alice Milesi, Bruno Midali.

Quale quadro ne è emerso?

Con l’eccezione di Piazza Brembana, la presenza dei giovani risulta molto frammentata nei ventuno comuni che compongono l’Alta Valle. Nella maggior parte di essi il numero delle presenze è inferiore a 40.

Un quarto dei giovani (circa 290 giovani), pur mantenendo ancora la residenza in Alta Valle, abitano altrove per motivi di studio o di lavoro.

I giovani con una qualifica di studio di terzo grado (laurea triennale o magistrale) tendono a stabilire il proprio domicilio fuori dall’Alta Valle.

Un numero molto ampio di giovani (85%) può disporre di un’abitazione di proprietà personale o della famiglia di origine. La maggioranza di loro vive attualmente con la famiglia d’origine.

Per chi forma una nuova famiglia, la scelta è orientata più verso la convivenza che il matrimonio (in linea con il dato nazionale).

Decisamente rilevante è il dato sul numero di figli dei giovani intervistati, considerato che la loro fascia d’età arriva a 34 anni. Il 90% non ha figli, confermando dunque la difficoltà del fare famiglia in Alta Valle.

Sono molti i giovani (ben il 36%) coinvolti in qualche misura nell’assistenza verso familiari anziani. È incoraggiante riscontrare come molti degli intervistati vedano il percorso di studi che stanno facendo o hanno effettuato come potenzialmente rilevante per la propria vita in Valle.

Per quanto riguarda il lavoro, un quarto dei giovani intervistati lavora all’interno dell’industria del turismo, settore tradizionale di occupazione per l’Alta Valle.

Importanti appaiono anche i settori dei servizi alla persona, educazione e formazione, edilizia, commercio e sport.

Una percentuale non irrilevante risulta tuttavia disoccupata.

I giovani intervistati si dichiarano mediamente abbastanza contenti del lavoro che svolgono.

Tra coloro che non lo sono, emerge un’insoddisfazione legata soprattutto all’essere stati obbligati a scegliere una determinata attività per mancanza di altre opportunità.

È interessante notare come la metà dei giovani si senta “imprenditrice” e vorrebbe investire il proprio futuro professionale nell’Alta Valle.

Importante quanto emerso a proposito del tempo libero.

La parte in assoluto più consistente del proprio tempo libero i giovani la spendono al bar e/o in pizzeria, che appaiono pertanto come i principali spazi di aggregazione.

Un gruppo consistente si dedica ad attività sportive o nella natura.

Non particolarmente presente risulta invece l’attività di tipo associativo o volontario.

La maggioranza dei giovani si dichiara insoddisfatto dell’offerta per il tempo libero attualmente presente in Alta Valle.

Un altro nodo particolarmente critico risulta la viabilità, considerata dai giovani come un vincolo pesante rispetto alle proprie scelte di vita (scuola, lavoro, tempo libero).

Un giudizio molto positivo è espresso invece nei confronti del contesto ambientale dell’Alta Valle, che i giovani vedono come il vero punto di forza del vivere in questo ambito.

Dall’indagine – ha detto il prof. Dovigo in chiusura della serata – emergono chiari elementi che indicano la direzione per una serie di cambiamenti che sarebbe opportuno intraprendere in Alta Valle, pensando al futuro dei giovani. Poiché però le cose da fare sono numerose, occorre porsi  le seguenti domande: cosa è più urgente? Cosa è più fattibile? E cosa avrebbe un maggior impatto rispetto al miglioramento delle condizioni di vita dei giovani in Alta Valle? “

Credo che incrociando le risposte a queste domande sia possibile definire delle priorità che aiutino a individuare obiettivi condivisi e raggiungibili a breve-medio termine, perché le persone hanno prima di tutto bisogno di vedere che qualcosa si muove nella giusta direzione prima di affrontare cambiamenti più “impegnativi”.

La cosa importante è non avere la pretesa di risolvere tutti i problemi in tempi brevi: si rischierebbe di creare aspettative troppo alte che, non potendosi realizzare per ragioni pratiche, oggettive, provocherebbero  come contraccolpo delusioni, disinteresse, amarezza.

Sarà compito di un organismo composto da rappresentanti di tutti i soggetti interessati, creato appositamente per non disperdere tutto questo notevole lavoro e l’entusiasmo dei ragazzi, individuare un percorso fatto di obiettivi definibili e monitorabili. E il tutto deve essere portato avanti con l’aiuto e la partecipazione di tutti. “Da soli non si va da nessuna parte”, come hanno rimarcato gli stessi giovani.