Incontro del Vescovo 18/01/2018

18 gennaio 2018
CONVOCAZIONE DEI CONSIGLI PASTORALI PARROCCHIALI DEI RAPPRESENTANTI DELLE PARROCCHIE
dei Vicariati di  Branzi – S. Brigida – S. Martino oltre la Goggia,  Brembilla – Zogno, S. Giovanni Bianco – Sottochiesa, Selvino – Serina

 


“Questa sera è mia intenzione condividere con voi questa nuova prospettiva rappresentata dalle Comunità Ecclesiali Territoriali (CET). Ci troviamo di fronte ad una novità che non vogliamo rappresentare come uno strappo; in questi due anni abbiamo cercato di prepararla” , ha iniziato così il suo intervento il Vescovo  nell’incontro  di Brembilla con i rappresentanti dei Consigli pastorali di tutte le Parrocchie che fanno parte del CET, i cui confini territoriali sono ormai definiti.

Questa novità ora è venuto il momento di introdurla per  “dare uno scossone”.

Proviamo anzitutto  a capire meglio di cosa stiamo parlando, cominciando con la definizione “ufficiale”: la Comunità Ecclesiale Territoriale è un’articolazione diocesana che comprende parrocchie, unità pastorali, fraternità presbiterali, comunità di vita consacrata e aggregazioni laicali, presenti in un’area geografica definita. Essa si propone come fine primario di promuovere, alimentare ed elaborare il rapporto tra comunità cristiana e territorio, inteso come rappresentazione dei mondi vitali, istituzionali, sociali, culturali, relazionali, costituiti da ogni persona nella sua singolarità e nelle sue relazioni, nella speranza di generare insieme condizioni e forme di vita autenticamente umane alla luce del Vangelo.

La CET, dunque, si prefigge di essere Chiesa che dialoga col territorio, col mondo in cui si trova inserita, e ad esso intende annunciare il Vangelo. Questa rimane la sua prima finalità.

Per farlo, assume le “terre esistenziali” (anche questo è un termine nuovo rispetto agli “ambiti di vita” di cui si è parlato finora, riprendendo il Convegno di Verona del 2005) come luogo del riconoscimento e della partecipazione al Regno di Dio.

Altro elemento decisivo per la CET è il puntare decisamente sull’esercizio della responsabilità dei laici, particolarmente grazie alle loro competenze nelle “terre esistenziali” (il mondo delle relazioni e della famiglia, il lavoro e la festa, le fragilità, la tradizione e la cultura, la cittadinanza e l’esercizio della politica).

 

Riprendiamo il racconto della serata.

Dopo un canto è stato proclamato il brano degli Atti degli apostoli al capitolo undicesimo. “Mi sembra una parola del tutto pertinente a ciò che vi dirò”, ha commentato il Vescovo. E’ una parola, infatti, che ci parla del mondo, un mondo che non è fatto tutto di credenti. Pietro ha una visione particolare, per certi versi un poco inquietante, e sentirà una voce che gli dice: “Prendi e mangia queste carni”,  gran parte delle quali la tradizione ebraica riteneva immangiabili, impure; mangiare quel cibo significava prendere le distanze da Dio come facevano i pagani. Era cibo profano, un aggettivo usato per indicare il mondo dei non credenti. Dio però ordina a Pietro di mangiare! Gli sta dicendo: ciò che Dio ha purificato non è più profano come lo immagini tu. E’ un sogno. Ma al sogno corrisponde la realtà, perché al suo risveglio alcuni uomini  sulla soglia della sua casa lo inviteranno a casa di un pagano,  Cornelio, un uomo buono, retto, certamente in una posizione non semplice essendo un soldato dell’esercito romano occupante, un centurione, un ufficiale! Eppure quest’uomo desidera incontrare Pietro, il quale entrerà nella sua casa! Un pio israelita non entrava nella casa di un pagano perché quello era il “mondo” destinato alla condanna, il mondo degli esclusi da Dio. Buona gente, ma sfortunatamente fuori dal novero degli eletti. Pietro entra nella casa di Cornelio e i due condividono i loro rispettivi sogni; e proprio attraverso il sogno questi due uomini sono entrati in relazione e comincia la possibilità di annunciare il Vangelo a chi Pietro non avrebbe mai immaginato potesse essere annunciato. Ma la cosa sorprendente è che mentre Pietro parla lo Spirito Santo scende in questa casa; su questi pagani! Eppure non avevano ancora ricevuto il battesimo. Quando i confratelli hanno sentito quanto accaduto, accusano Pietro: “Tu stai tradendo la nostra grande esperienza spirituale”. Ma Pietro concluderà: “Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?». All’udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!»”.

Il Vescovo ha commentato così questa pagina evangelica: “Tra i tanti messaggi che questa pagina ci può consegnare vorrei evidenziarne uno: Dio ci precede sempre! Che cosa dobbiamo fare? Seguirlo. Ma lui è sempre davanti a noi. Lo dico perché qualche volta abbiamo l’impressione di essere noi che stiamo davanti a Dio, gli prepariamo la strada, cerchiamo di aprire sentieri, di intenerire cuori, di convincere intelligenze. Non dimentichiamo che Dio ci precede sempre! E’ successo così, è arrivato prima Dio, arriverà Pietro, arriveranno gli altri cristiani e pian piano il cristianesimo uscirà dai confini della terra di Gesù e non riguarderà solo gli israeliti ma diventerà esperienza per tutti, grazia per tutti. Dio ci precede. Il criterio per capire l’opera che stiamo immaginando è questo: Dio ci sta davanti, arriva prima di noi e noi ,se vogliamo essergli fedeli, dobbiamo arrivare dove è arrivato Lui”.

Questa prima parte della serata si è conclusa con una preghiera.

L’incontro riprende con un breve resoconto del  viaggio che il Vescovo ha compiuto nelle sei visite a tutti i ventotto vicariati della diocesi nei nove anni del suo servizio a Bergamo. Ha avuto la possibilità e il dono di sedici viaggi missionari e di visitare trecentocinquantasette Parrocchie. Questo viaggio gli ha permesso di incontrare tante persone e realtà. Questi viaggi gli hanno permesso di constatare una ricchezza meravigliosa, ed è proprio da questo che nasce il nuovo orizzonte che vorrebbe rappresentare. Questa ricchezza suscita anzitutto meraviglia che dice ancora una volta che Dio sta davanti e ci precede. Non basterebbe una settimana per descrivere tutta questa meraviglia. Ha voluto rappresentarla attraverso un albero, un grande castagno. È un’immagine vitale che ci può introdurre alla proposta di cui stiamo parlando. Un albero maestoso da cui cominciamo a cogliere alcuni frutti. Ci sono tantissimi frutti: le Parrocchie. Non è questione di numeri però: quando parliamo della chiesa di Bergamo teniamo presente che stiamo parlando di trecentonovantasette Parrocchie e quando diciamo parrocchia parliamo di un mondo. Così gli oratori, le case di riposo, le celebrazioni, i sacramenti, la catechesi per le diverse età, la carità in ogni forma, le visite agli anziani: le cose più normali che avvengono in ogni Parrocchia. Quante persone che con gesti semplici aiutano ogni giorno! Quanta meraviglia! Questo castagno è veramente ricco di tante castagne. E’ frutto della nostra Chiesa.

E allora sorge una domanda: “Perché, tenendo conto di tutto questo splendido albero, sembra che i frutti vengano sempre meno? “.

Ripeto, non sto parlando di numeri, non è questione dei numeri; è la questione della fede.

Come ha sottolineato il Vescovo: “E qui ci domandiamo: la nostra fede si è inaridita? Si vedono ancora tante persone che si danno da fare, ma la fede? Quale relazione tra questa infinità di opere e la fede? Sono nate dalla fede; stanno ancora vivendo di fede? Producono ancora frutti di fede? Non di quantità, di numeri! La stessa relazione tra le opere e la carità. Tutto quanto abbiamo raccontato è nutrito veramente dall’amore?  I tanti fatti della nostra Chiesa sono ancora testimonianza interessante dell’amore? Quale relazione tra le opere e la mentalità?”.

Sembra una relazione debolissima. Guardate un po’: il modo di concepire la vita, la persona, la sessualità, il matrimonio, la famiglia ci sembra sia ispirato da tutto quello che facciamo? Ha ancora un senso il Vangelo rispetto a questi mondi? Sono i mondi della vita di tutti: il lavoro, la festa, i diritti, i doveri, la solidarietà, la politica, la felicità. È  il nostro mondo. È la nostra vita. La fede è capace di segnarla, di trasformarla, di ispirarla? Bene! E noi difendiamo le nostre case, il nostro albero, le nostre opere? Ricordiamo che a noi sta a cuore principalmente, se non esclusivamente,  la fede! Ecco che viene fuori una nuova immagine: lo scrigno e il seme.

“Nel mio viaggio, ha tenuto a precisare il Vescovo, mi sono reso conto che la nostra Chiesa è come uno scrigno prezioso. Se c’è uno scrigno prezioso vuol dire che dentro c’è qualcosa di ancor più prezioso”.

 Apro lo scrigno e non c’è dentro niente? In questo caso è un disastro! Torniamo indietro come in un film: apro lo scrigno e dentro trovo la perla più bella del mondo, e quella perla preziosa è la fede. Allora tutte le nostre opere custodiscono la perla preziosa. Bene, chiudiamo lo scrigno e teniamo custodita la perla. Ma a me piacerebbe per la terza volta rifare il film, aprire lo scrigno e trovarci qualcosa di più prezioso della perla preziosa, e questo qualcosa è il seme. Perché più prezioso? Perché è vivo e dà la vita! Bisogna salvare il seme. E come si fa? Il seme lo si salva coltivandolo. Bisogna buttarlo nella terra e la terra è la vita di ogni giorno, è la vita dell’uomo. La terra è la vita. Certamente nello scrigno dobbiamo sempre custodire almeno un seme così che possa sempre rinascere la vita. La fede da coltivare nella terra necessaria, cioè nella vita delle persone. La pianta piena di castagne deve potersi muovere in quella direzione altrimenti un giorno non ci saranno più le castagne e neppure la pianta. Tutto quanto detto è ciò che ha alimentato la proposta della Comunità Ecclesiale Territoriale.

Che cosa è in sostanza? E’ un modo di essere Chiesa sulla terra necessaria che chiamiamo territorio. Una terra che non può essere troppo piccola. Qui il seme deve essere sparso su una terra vasta perché non stiamo parlando semplicemente di confini geografici. La vastità del territorio è la vastità della vita. La vita ci sta a cuore: è questo il grande territorio.

E su questa terra è importante incrociare gli sguardi. Alzare lo sguardo, uno sguardo non aggressivo, non giudicante, non impermeabile. E’ difficile educare lo sguardo all’incontro, ma è necessario altrimenti non succede niente. Inventeremo nuove iniziative, ma noi non siamo qui per produrre nuove iniziative, ne abbiamo già tante. Dobbiamo aggiungerne o dobbiamo incontrarci?  Incontrarci sul serio e riconoscerci! Riconoscersi come espressione della forza vitale di quel seme. Si tratta di riconoscere il Signore. Incontrarci quindi, riconoscerci per riconoscere che il Signore è in mezzo a noi, anzi ci precede.

Qualcosina bisogna che cambi! Noi viviamo, come dice il Papa, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca. Non dobbiamo aver paura del cambiamento! Noi cristiani dovremmo essere campioni del cambiamento: “convertitevi” è una delle prime parole di Gesù. Noi siamo protagonisti del cambiamento o siamo spaventati o ci lasciamo trascinare? Quello che sta a cuore a Gesù è la vita di tutti gli uomini.

Il Vescovo al termine dell’incontro ha dato alcune indicazioni pratiche organizzative sulle CET.

La CET vede protagonisti sopratutto i laici e con loro certamente i sacerdoti. Però una comunità così grande non permette ai sacerdoti quella vita fraterna che invece deve diventare sempre più non solo una loro esperienza ma un segno di speranza per tutti; allora nelle CET saranno presenti più fraternità presbiterali. Nella nostra CET ci saranno due fraternità: una di ventisei e una di ventinove preti.

Il Vescovo ha concluso dicendo:

“Ogni rinnovamento nella Chiesa consiste essenzialmente in una accresciuta fedeltà alla sua vocazione. Se vogliamo essere fedeli a quello che noi siamo dobbiamo lasciarci ispirare a un necessario rinnovamento evangelico”.

don Luca Nessi