Due parole su “Evangelii Gaudium”

La freschezza originale del Vangelo  come principio di conversione pastorale

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«Tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo»: è una delle frasi dell’Esortazione Apostolica ‘Evangelii Gaudium’ che più mi colpisce affascina e motiva. Dentro alle secche che tante volte troviamo bazzicando certi nostri ambienti, quando ci troviamo dentro alle contemporanee stanze del tempio con sacerdoti, scribi e farisei; quando abbiamo la sensazione che anche le nostre comunità siano più simili ad un Hospice che ad un campo, magari anche di battaglia, dove non si smette di combattere con le armi della misericordia, del credere nel bene più che nel male, e del mettere al centro anzitutto la persona ed i suoi bisogni, piuttosto accoglierle e credere nel bene che cambia la vita prima ancore delle regole o dei divieti e condanne. Mi riempie di passione e motivazione che la chiesa ai suoi livelli più alti ribadisca tra le priorità l’urgenza di ricaricare di nuovi significati parole come salvezza, vita eterna, misericordia e perdono. Le nostre percezioni, le nostre teste ed i nostri cuori ed in tutto questo la nostra fede, è spesso pervasa da grande preoccupazione e sfiducia. Questo produce spesso un effetto devastante, il ripiegamento su di se, salvare il salvabile, adoperare più energie per difendere che neppure per andare a trovare nuove risorse, strade possibilità. Si tratta di ritornare proprio alle origini e cioè di essere capaci di non rinnegare il fondamento della nostra fede che è la gioia della Pasqua.

Davanti ai nostri smarrimenti pensiamo questo: – Ci può essere, forse, una comunità cristiana più smarrita di quella degli apostoli durante la passione e morte del Signore Gesù? Bisogna pensare a cosa succede dopo due giorni quando scopre che il suo Signore è risorto: quale gioia deve aver attraversato gli animi di tutti che faticavano a credere a un simile evento! È su questo punto che il papa intende far leva: riprendere il contatto con questa sorgente così da permettere l’accesso a quanti il Signore ci dona la grazia di incrociare sul nostro cammino. A quanti sono in fuga, a quanti non capiscono più niente a quanti sono troppo delusi ed hanno preso enormi batoste dalla vita, dalla salute, dal lavoro, negli affetti. Ecco noi ci chiediamo spesso quale è il nostro specifico:- Eccolo! Questo è il nostro proprium. Riprendere il contatto con questa sorgente così da permettere l’accesso a quanti il Signore ci dona la grazia di incrociare sul nostro cammino. Noi siamo coloro che per grazia hanno qualcosa da dire nei confronti di un mondo che sperimenta non poche volte desolazione e morte. Qui emerge con forza la differenza cristiana: “noi non siamo come quegli altri che non hanno speranza” (1Ts 4,13). Le tecniche della comunicazione pastorale, per quanto preziose, restano sempre nell’ordine dell’accessorio, non dell’essenziale: per questo non sempre hanno il potere di incidere sulla vita delle persone. La gioia e la speranza che animano i discepoli attestano di un Dio non solo credibile ma affidabile.

Quale gioia? Quella che non ha nulla a che spartire con un sentimento passeggero di piacere o di euforia. Il contrario di questa gioia non è il dolore, non è la prova, non è neppure la persecuzione: il contrario, dice papa Francesco, è quel senso di scontentezza cronica che attraversa il cuore dei discepoli, «un’accidia che inaridisce l’anima», un «cuore stanco di lottare» che «non ha più grinta» (277). È questa tristezza ad avvelenare il cuore dell’uomo ed è il contrario di ciò che Dio desidera per i suoi figli: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Il frutto maturo della fede è la gioia di sapere di stare a cuore a Dio. Aver gustato questa gioia è l’antidoto per quella insoddisfazione profonda tanto spesso declinata come chiusura in se stessi. Papa Francesco non ha paura di riconoscere ad alta voce che proprio coloro che Dio ha chiamato ad essere annunciatori, sono i primi a non vivere l’Evangelii Gaudium. Per un esame di coscienza proporrei di rileggere i nn. 76-109 laddove il papa chiama per nome le Tentazioni degli operatori pastorali. Si tratta dell’accentuazione dell’individualismo, della crisi d’identità e del calo di fervore: «tre mali che si alimentano l’uno con l’altro» (EG 78).  E poi, dell’accidia egoistica (EG 81-83), del pessimismo sterile (EG 84-86), della mondanità spirituale (EG 93-97), dell’antagonismo interno (EG 98-101). Da qui l’importanza di aprirsi a «relazioni nuove generate da Gesù Cristo» (EG 87-92) C’è poi un altro elemento che diventa criterio per verificare se abbiamo gustato la gioia del vangelo ed è la disponibilità ad entrare nella logica del dono. Perché questo accada è necessario un serio cammino di decentramento arrivando a non fare mai il calcolo di ciò che si dà e di ciò che riceve, consapevoli che la vita si guadagna donandola, si ottiene spendendola, si conquista affidandola. Per una Chiesa che vive una conversione pastorale e missionaria evangelizzare occorre un ripensamento di tutti gli aspetti della vita della Chiesa: istituzioni, modalità di annuncio, consuetudini, grande attenzioni ai mondi vitali dell’uomo quali il lavoro, la cittadinanza l’educazione, gli affetti, le fragilità.

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 Seguendo qualche passaggio di EG si esemplificherà:
la parrocchia deve essere più capace di vicinanza, di comunione, di missione (EG 28);
l’annuncio deve essere compiuto senza l’ossessione di trasmettere una moltitudine di dottrine, ma deve concentrarsi su ciò che è essenziale (EG 35);

le consuetudini della vita cristiana che non sono direttamente legate al nucleo del Vangelo e che oggi non rendono più lo stesso servizio di un tempo in ordine dalla trasmissione del Vangelo vanno riviste (EG 43).

Se la Chiesa continua a rimanere fissata su ciò che le sta alle spalle, sarà trasformata ben presto in una statua di sale (Gn 19,26).  La direzione giusta è invece quella di una pastorale della proposta, di una comunità che nel suo insieme, in tutte le sue espressioni e dimensioni, si fa testimone del Vangelo dentro e non contro il proprio contesto culturale.

D CH